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Autore: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: every new beginning comes from some other beginning's end
Fandom: Naruto
Personaggi: Neji Hyuga, Hinata Huyga
Warning: incest, what if?!
Generi: generale, sentimentale
Parole:1490
Prompt: Naruto, Neji/Hinata, What If in cui Neji è vivo e vegeto e Hinata prende la guida del clan Hyuuga.
Rating: SFW
Note: scritta per la BDWW #3 di mari di challenge, anche se è molto poco badwrong, soprattutto considerando ch el'incest tra cugini non è considerato incest né in italia né in giappone. Detto ciò, era molto che volevo scrivere qualcosa di questo genere, in cui fondamentalmente Neji non muore.

every new beginning comes from some other beginning's end

Alla fine della guerra era cambiata ogni cosa.
Delle settimane successive alla sconfitta di Kaguya, Hinata ricordava solamente i giorni trascorsi in ospedale; le piccole mani candide serrate a pugno, le trasfusioni continue, la stanza bianca e asettica in cui si trovava Neji e il battito lento e irregolare del suo cuore.
Quando sul campo di battaglia aveva rifiutato l’aiuto del medico, Hinata aveva creduto seriamente che sarebbe morto e lo sguardo di orrore e disperazione negli occhi di suo padre, come se avesse perduto un figlio, la sensazione di dolore squarciante che le mozzava il fiato, non li avrebbe mai dimenticati. Poi dal nulla era comparsa Sakura, con l’aria di quella che ne ha avuto abbastanza della morte per un solo giorno; si era chinata su di lui e, ignorando le proteste soffocate dello Hyuga, ignorando il sangue che scivolava dalle ferite sui suoi vestiti e sulle sue ginocchia, ignorando la battaglia che infuriava d’intorno, aveva fatto il possibile per tenerlo vivo.
Neji era rimasto tra la vita e la morte per settimane e senza le trasfusioni di sangue di Hinata non sarebbe sopravvissuto; per giorni la giovane non era uscita da quella stanza, rimanendo incessantemente accanto al cugino, ad aspettare, a pregare che si risvegliasse.
Era stato Hiashi a convincerla finalmente a tornare a casa a riposarsi, era venuto a prenderla e l’aveva accompagnata fino alla loro residenza, fino in camera sua, aiutandola a stendersi e coprendola con il futon; Hinata non riusciva a ricordare quando fosse stata l’ultima occasione in cui suo padre aveva fatto qualcosa di simile per lei, forse era troppo piccola o forse quella era la prima volta.
All’alba della quinta settimana Neji aveva aperto gli occhi; la luce al neon della stanza d’ospedale aveva illuminato l’ambiente asettico e l’odore di disinfettante e sangue era arrivato fino a lui con una zaffata di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Gli ci era voluto un po’ per mettere a fuoco la figura di Hinata, seduta al suo fianco, le mani in grembo e gli occhi chiusi; inconsciamente aveva sorriso, sopprimendo poi un gemito alla fitta dolorosa che aveva seguito quel semplice movimento muscolare.
Aveva continuato a fissarla per qualche tempo, perdendosi nel movimento regolare del suo petto che si alzava e si abbassava ad ogni respiro; quando finalmente aveva aperto gli occhi e si era resa conto che fosse sveglio, Hinata si era portata le mani al viso e aveva soppresso un singhiozzo.
«Neji!» era la prima volta che la sentiva chiamarlo solo con il suo nome, niente appellativi strani, niente orifici, solo il suo nome; gli si era avvicinata e gli aveva fatto cenno di non parlare – cosa che non sarebbe stato in grado di fare nemmeno volendo.
Aveva pianto quel giorno Hinata, di gioia e sollievo, principalmente, ma c’era nei suoi occhi una malinconia che nessuno dei presenti era riuscito a cogliere e solo anni dopo gli avrebbe rivelato che era stato in quel momento, finalmente, che aveva messo da parte la sua infanzia per diventare adulta.
Nei giorni seguenti Neji l’aveva invitata spesso ad uscire, ad allontanarsi da quell’ambiente cupo e vedere qualcuno, magari Naruto, soprattutto Naruto; Hinata, però, si era rifiutata preferendo rimanere al suo fianco.
«Non mi interessa vedere nessuno, Neji nii. Voglio solo che tu guarisca, è l’unica cosa che mi sta a cuore davvero» aveva detto stringendo i pugni e ricacciando indietro le lacrime. E Neji non aveva capito, non aveva capito perché per anni Hinata era stata impegnata ad ammirare qualcun altro, a seguire con lo sguardo qualcun altro e a preoccuparsi per qualcun altro. E ora, il pensiero, anche vago, che potesse in qualche modo averlo sorpassato quel non poi così misterioso “altro”, non sfiorava Neji nemmeno lontanamente.
Il primo indizio, o più che un indizio, il primo accenno di dubbio, glielo aveva insinuato Sakura durante una visita di controllo.
«È incredibile quanto ti sia ripreso!»
«Senza la tua abilità e quella di Tsunade Sama, probabilmente non sarebbe mai accaduto».
«A dire la verità» aveva detto la ragazza misurandogli la pressione e sistemandogli le bende «Se Hinata non fosse venuta ogni giorno per donarti il sangue, probabilmente saresti morto lo stesso».
«Di che parli?»
«Oh, non te l’hanno detto? Immagino di no. Comunque, Hinata è venuta qui ogni singolo giorno che sei stato ricoverato, per portarla a casa suo padre ha quasi dovuto costringerla. E ovviamente ha donato il sangue, il vostro juinjutsu funziona in modo del tutto peculiare e per evitare che ti indebolissi troppo e che il sigillo si attivasse serviva che il sangue egli Hyuga continuasse a scorrere nelle tue vene. Così l’ha donato Hinata. Tutto quanto».
Non aveva saputo cosa rispondere e non aveva nemmeno avuto il coraggio di chiedere spiegazioni a sua cugina, o forse non era stato il coraggio a mancargli, semplicemente era rimasto senza parole perché, in fondo, non si sarebbe mai aspettato che Hinata si spingesse a tanto per lui. Per Naruto, certo, ma per lui?
Poi era giunta la notizia che Hinata sarebbe diventata il nuovo capo casata degli Hyuga e Neji si era sentito orgoglioso di lei come non mai, in fondo, se era diventata così forte, era anche un po’ merito suo; aveva cercato di negare a sé stesso la realtà più dolorosa e di scacciare con forza quella sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco. Hinata si stava allontanando da lui, diventando irraggiungibile ogni giorno di più.
Quello che non aveva considerato, nel suo osservarla da quella stanza d’ospedale, era che lei non era mai stata come gli altri; Hinata era migliore, era buona e gentile e i suoi occhi riuscivano a vedere ciò che troppo spesso agli altri sfuggiva e non certo per merito del Byakugan. Così, poco tempo dopo che lo avevano dimesso, un pomeriggio di primavera, era avvenuto che Hinata si sedesse al suo fianco, nel portico che dava sul giardino.
«Voglio che tu sia libero» gli aveva detto «Voglio che tu scelga cosa fare e chi essere, non che ti senta obbligato a proteggermi e a starmi vicino solo per la mia posizione».
Neji l’aveva guardata con aria malinconica e aveva allungato una mano a sfiorarle i capelli, aveva afferrato delicatamente una ciocca viola e aveva lasciato che scivolasse leggera tra le dita sottili.
«Hinata Sama, non c’è niente che mi renderebbe più felice che rimanere al vostro fianco».
Hinata aveva aggrottato le sopracciglia.
«Tuo».
«Cosa?»
«Al tuo fianco, perché mi hai dato del lei? Pensavo avessimo superato questa cosa…»
«Hinata Sama sono un membro della casata cadetta e il “voi” è una forma di rispetto, il minimo che possa fare».
Aveva stretto i pugni e si era girata di scatto verso di lui, sporgendosi così tanto verso il suo viso che Neji aveva creduto di potersi specchiare nei suoi occhi.
«Scegli di non essere più parte della casata cadetta, allora» aveva borbottato piano, la voce incrinata da quella stessa insicurezza che per anni l’aveva accompagnata.
«E come, di grazia?»
Hinata si era piegata ulteriormente e con dolcezza aveva posato le labbra morbide sulle sue in un bacio casto, quasi irreale; eppure per Neji era stato fin troppo reale, il calore della pelle di sua cugina, la sensazione di contatto, il battito cardiaco accelerato, era tutto quasi doloroso.
«Hinata Sama, Naruto…»
Si era ritratta di colpo, lo sguardo ferito di chi è appena stato schiaffeggiato con forza, quindi aveva abbassato gli occhi.
«Naruto-kun è il miglior ninja del villaggio, forse anche di tutti i villaggi. È coraggioso, leale, non si arrende mai e lo ammiro, lo ammiro tanto. Ma Naruto-kun non è mai chiesto dovessi fossi, non si è mai fermato ad aspettarmi, né ha mai cercato di aiutarmi con gli allenamenti, non ha mai rischiato di morire per salvare una persona come me».
Non avrebbe saputo dire se a dargli fastidio fosse stato il tono con cui Hinata aveva pronunciato quel “come me” o il fatto di aver messo in discussione un gesto simile compiuto da ragazza come sua cugina. Aveva allungato un braccio e l’aveva attirata a sé, affondando il viso nell’incavo del suo collo, ascoltando il suo cuore accelerare e poi uniformarsi al suo respiro.
«Mai più» aveva sussurrato piano Hinata, mentre le sue mani minute andavano a stringere con forza il kimono di Neji, sfiorando le bende sottostanti e le cicatrici che andavano formandosi «Mai più».
Suo cugino l’aveva stretta più forte e le aveva baciato con delicatezza il capo e la fronte, per poi chinarsi su di lei e baciarla di nuovo, questa volta un bacio vero, che aveva tolto il respiro entrambi e li aveva lasciati con il fiato corto e le guance arrossate.
«Te lo prometto» aveva mormorato quindi Neji e Hinata aveva sorriso.
C’erano voluti anni perché il vento del cambiamento arrivasse a Konoha, mutando il destino di alcuni e aiutando altri a crescere in modi che non avrebbero ritenuto possibili; c’erano voluti anni, ma alla fine della guerra era cambiata ogni cosa.

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