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Autrice: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: Made of magic, made of water
Fandom: One Piece
Characters: Bartolomeo, Rebecca, Cavendish (Ideo, Baby Five, Alvida)
Warning: threesome, demons, modern!AU, demon!AU, gore, lots of blood
Genere: commedy, horror, mistery, thriller, romance
Rating: NSFW
Parole: 10,068
Prompt: Inverno, Threesome
Note: questa storia è stata scritta per la seconda challenge della prima settimana del Cow-T #6 indetto da Mari di Challenge.
Giuro che le note vere le scriverò quando la posto su EFP, ma in ogni caso per ora sappiate che:
- il titolo deriva da questa frase di Undertale: “While monsters are mostly made of magic, human beings are mostly made of water”.
- tra i prompt che mi hanno ispirato e avevo salvati sul pc ci sono: Oops i accidentally summoned a demon AU | An od-fashioned girl receives a mysterious phone call at the morgue
- Cavendish è associato al demone Astaroth, una figura maschile che deriva dalla dea Cananea Astarte; prima di decadere era un principe dei Troni (che sono una categoria di angeli) ed è associato al dominio dell'accidia.
- Baal, Angra Mainyu, Moloch e Abaddon sono demoni, ma approfondiremo le loro figure nel prossimo capitolo.
- Elizabeth Bathory e Gilles de Rays sono due famosi serial killer storicamente esistita, la prima ammazzava giovani vergini per fare il bagno nel loro sangue e il secondo bambini.
In questa storia c'è una buona dose di violenza che è la causa principale del rating rosso, quindi vi invito a non leggere se pensate di essere persone particolarmente sensibili - inoltre la storia è nata per caso e quindi non ho fatto tutte le ricerche che avrei dovuto, ma facciamo finta di niente. Ricordatevi che il threesome sia con voi e shippate Bartondishecca <3

Made of magic, made of water
Chapter #1


Dressrosa era una cittadina da locandina. Uno di quei posti che compaiono sempre sui flyer nelle agenzie, con parchi ben curati, aiole fiorite e case dipinte dai colori sgargianti. Una di quelle cittadine in cui vieni accolto da tutta la comunità e dove non puoi non sentirti a tuo agio, perché virtualmente tutto è perfetto.
Steccati dipinti di bianco delimitavano i giardini verdi di deliziose villette a schiera, nella piazza principale una fontana decorata con putti danzanti dava il benvenuto a chiunque si dirigesse verso il municipio, come a ricordare che quello non poteva che essere un buon giorno, perché ogni giorno era un buon giorno a Dressrosa.
Anche gli inverni trascorrevano in modo quasi idilliaco, la neve cadeva solo tra la fine di Dicembre e metà Gennaio, colorando la città e i giardini di bianco, senza mai attaccare troppo a lungo lungo le strade, senza mai diventare una presenza fastidiosa o ingombrante, ma rimanendo un elemento di decoro. I fiocchi candidi e grandi scendevano con grazia, depositandosi su macchine e siepi, e ogni anno, a Natale, venivano illuminati dalle luci colorate delle decorazioni, assumendo sfumature insolite.
Rebecca aveva sempre adorato vivere lì; Dressrosa era un posto magico, così perfetto che in molti non credevano fosse reale, perché come poteva esistere davvero un luogo così idilliaco negli Stati Uniti? Come potevano le persone riuscire a vivere in tale armonia quando il mondo era sconvolto da guerre e cinismo e brutture?
Non che se lo fosse mai chiesta, come tutti gli altri abitanti della città Rebecca Dold, figlia di una delle famiglie più prestigiose della comunità, aveva proseguito con la sua vita da sogno in quel posto da sogno, senza curarsi di cosa ci fosse dietro. Era nata lì, vi era cresciuta, aveva frequentato le scuole elementari, poi le medie, il liceo e persino l'università dell'università e quando si era laureata era rimasta a Dressrosa riuscendo a trovare un lavoro che la soddisfacesse.
E soddisfare era un termine fortemente inadeguato per descrivere ciò che provava nei confronti del suo impiego: Rebecca amava il suo lavoro.
Quando aveva cominciato in molti avevano mosso obiezioni, perché non era assolutamente una professione adatta a una giovane donna, soprattutto a un giovane medico davanti al quale andava dipanandosi una carriera piena di opportunità e porte da aprire. Ovviamente Rebecca non li aveva ascoltati, aveva continuato per la sua strada, ignorando gli sguardi di velato rimprovero dei suoi genitori e cercando nei suoi libri un conforto; non che suo padre o sua madre le avessero mai detto apertamente che stesse sbagliando, ma li conosceva abbastanza bene da essere consapevole di ciò che avrebbero voluto per lei: e non era quello.
Solo suo nonno aveva sempre continuato ad incoraggiarla: «Se questo è quello che vuoi» le diceva sempre «Allora io ti sosterrò sempre».
Così Rebecca era andata avanti, si era laureata e aveva trovato lavoro come anatomopatologa presso l'obitorio del paese. Le piaceva quell'ambiente, era silenzioso e tranquillo; non c'erano pazienti a lamentarsi con i loro parenti ipocondriaci e i bambini che correvano per le corsie, non c'erano infermieri né colleghi e non correva il rischio di sbagliare diagnosi.
Non che non le piacessero le persone, anzi, le faceva piacere stare in mezzo alla gente, era socievole, spontanea, però sul lavoro aveva bisogno di assoluta concentrazione e non amava venire disturbata da sconosciuti invadenti o eccessivamente preoccupati, e comunque non sarebbe mai stata in grado di diventare quel genere di medico che comunica notizie gravi ai pazienti rimanendo impassibile. Era troppo sensibile, troppo empatica, sapeva che ci sarebbe stato il rischio che fosse scoppiata a piangere assieme al malato di turno, coi morti, invece, oh, con loro era tutto diverso.
I morti non si lamentavano mai. E questo era indubbiamente un pregio.
Le rivelavano i loro segreti, raccontandole la loro storia, non potevano mentire nascondendosi dietro ad evidenti bugie e non potevo nemmeno rifiutarsi di seguire i trattamento. La cosa che più le piaceva, che da subito l'aveva affascinata era come quelle storie dovesse scoprirle, analizzando quei corpi freddi e cercando con perizia e precisione le cause di quei decessi che avevano condotto quegli estranei sul suo tavolo.
Quella mattina era arrivata una ragazza tra i venti e i trent'anni, Rebecca non ne era sicura, doveva ancora leggere la sua scheda; era, con ogni probabilità, l'ennesima vittima di un maniaco che andava terrorizzando l'area, per essere precisi doveva trattarsi della quarta ragazza che finiva sul suo tavolo autoptico e la giovane non era poi così entusiasta di doverla aprire.
I suoi pensieri vennero interrotti dal trillo insistente del telefono dell'ufficio – possibile che le pause pranzo della sua segretaria durassero sempre così tanto? Si tolse con decisione i guanti in lattice, gettandoli nel cestino e a grandi falcate raggiunse la scrivania nello studio, due stanze oltre la sala autopsie.
«Obitorio di Dressrosa, chi parla?»
«Rebecca?» una voce titubante domanda dall'altra parte dell'apparecchio.
«Barto? Sei tu? Sai che non dovresti chiamarmi mentre sto lavorando!»
Il suo tono è leggermente più duro del normale, ma l'uomo non ci fa caso. Si conoscono da quando sono bambini, Bartolomeo e Rebecca, e stanno assieme da almeno dieci anni, tre dei quali passati a convivere in un appartamento fin troppo grande per loro due; si conoscono così bene da essere in grado di individuare anche le più piccole sfumature delle rispettive voci.
«So che non avrei dovuto, ma è tipo un emergenza, non so come dirtelo».
«Si è rotta la lavatrice? Di nuovo? L'avevamo appena comprata!»
«No, non è quello, è solo che credo d avere una pista e -»
«No» lo interrompe la ragazza, sistemandosi meglio i capelli rosa in una treccia «Ne abbiamo già parlato, non sei tu a occuparti del caso, non ci devi nemmeno pensare al caso, e anche se potessi farlo – e sottolineo che non puoi – non vedo come riusciresti a farlo da casa».
«Ma Rebecca! Mi devi ascoltare, ho fatto delle ricerche su internet e secondo me c'è qualcosa alle spalle, tipo un complotto o una cospirazione».
«Sei di nuovo andato a vedere quel sito, non è così? Conspirancy club qualcosa… Eppure pensavo di essere riuscita a bloccarlo!»
«Oh insomma, mi ascolti?»
«Ci sei andato o no?»
«Sì, ma -» cerca di protestare vanamente Bartolomeo.
«Ecco, torno a lavorare, ci vediamo stasera e, per favore, cancella la cronologia».
Appoggia la cornetta sul ricevitore con un po' troppa forza e torna dalla sua paziente, non che potesse andare da nessuna parte mentre lei era via, o che potesse lamentarsi di essere stata lasciata sola.
«Mi dispiace molto, carina, vediamo di capire cosa ti ha ucciso» mormora con voce gentile Rebecca, infilandosi un nuovo paio di guanti e iniziando a spogliare la ragazza.
Quello era il compito più tedioso di tutti, analizzare i vestiti, fotografarli, controllare che fossero integri, più tardi li avrebbe mandati a quelli della scientifica perché fossero analizzati, ora aveva un corpo di cui occuparsi.
La giovane, che secondo i documenti che le erano stati ritrovati addosso si chiamava Monet C. Donquijote aveva una ventina d'anni ed era stata ritrovata in un vicolo puzzolente dietro il quartiere a luci rosse; presentava una lacerazione della carotide e numerosi graffi sulle braccia, le incisioni erano schematiche e precise e raffiguravano simboli a Rebecca sconosciuti. La ferita sulla schiena, però, era la peggiore, proprio come le altre ragazze la ragazza presentava incisioni da coltello che andavano a creare una figura che la donna non riusciva a riconoscere, ma capiva avere a che fare con i motivi per cui era stata uccisa.
«I fanatici religiosi sono sempre i peggiori» borbottò seccata, afferrando il bisturi.
Aveva appena finito di incidere la coda della Y, che si estendeva dallo sterno fino all'osso pubico, quando il telefono squillò di nuovo, trattenne una maledizione, sperando che quella stordita di Baby F. fosse tornata e che potesse rispondere lei. Non fu così, e al quinto, insistente “drin” Rebecca appoggiò il bisturi sul tavolino, gettò nuovamente i guanti e si diresse a grandi falcate verso lo studio.
«Giuro che se non è una questione di vitale importanza ammazzo qualcuno» borbottò tra sé mandando la porta a sbattere alle sue spalle.
«Obitorio di Dressrosa» sibilò cercando di mantenere la calma e preparandosi interiormente a urlare a pieni polmoni nel momento in cui Bartolomeo avesse risposto.
Ma non era Bartolomeo, a dirla tutta Rebecca non era nemmeno sicura che fosse effettivamente qualcuno.
«Pronto?» domandò nuovamente, ma all'altro capo del filo c'era solo silenzio, interrotto a tratti da un leggero fischio, simile a quello di un bollitore che ha raggiunto la temperatura ottimale.
Chiuse la conversazione con stizza e si avviò verso la porta, ma non fece in tempo ad appoggiare la mano sulla maniglia che il telefono riprese a suonare.
«Obitorio di Dressrosa» ripeté nuovamente Rebecca, cercando di avere fede nel genere umano e venendo subito delusa.
Un profondo silenzio continuò a farle da eco nell'orecchio; questa volta intervallato da brevi sospiri che la ragazza non riuscì proprio a non trovare inquietanti. Stava per sbattere nuovamente la cornetta contro il ricevitore quando dalla parte opposta una voce gutturale e roca mormorò piano: «Monet».
«Chi parla?»
«Monet» ripeté la voce.
«Se è uno scherzo sappia che non è divertente...» sibilò Rebecca con rabbia, cominciava a trovare quella situazione di pessimo gusto, se non addirittura inquietante. Si appuntò mentalmente di chiedere un favore al Detective Ideo e di fargli controllare da dove fosse partita la chiamata.
Il fischio partì all'improvviso, più forte e acuto di quanto Rebecca credesse possibile; la colpì come una badilata facendole girare la testa e conseguentemente l'intera stanza attorno a lei prese a ruotare vorticosamente. Le sembrava quasi che i vetri alle finestre tremassero e nelle orecchie riecheggiava un rumore sordo, come un urlo roco.
Abbassò la cornetta sul ricevitore e fece uno scatto all'indietro, fino ad arrivare ad appoggiarsi al muro con la schiena; inspirò profondamente cercando di riprendersi, senza capire davvero cosa fosse successo. Quando uscì dallo studio stava ancora ciondolando leggermente, ma decise che avrebbe potuto farcela e dopo avere scosso con vigore la testa si diresse verso la sala autopsie.
Ci mise qualche secondo a capire che c'era qualcosa che non andava.
Il corpo era ancora steso sul tavolo, ma era stato girato e ora era disposto prono sulla lastra di acciaio freddo, la schiena era stata scorticata e la pelle disposta su un lato della stanza che però appariva vuota. Per la prima volta nella sua vita Rebecca represse un conato di vomito e fece un passo indietro.
Le sembrò di sentire una risata proprio a fianco a lei, ma non c'era nessuno. Ispirò profondamente cercando di mantenere la calma, fece per girarsi e correre verso il telefono per chiamare la polizia, ma udì uno scricchiolio sinistro provenire dal tavolo autoptico; si voltò molto lentamente, temendo quello che avrebbe potuto vedere.
Il corpo martoriato di Monet era in piedi di fronte a lei e perdeva molto più sangue di quanto non avrebbe dovuto perderne un corpo morto da ventiquattr'ore.
Rebecca lanciò un urlo; il cadavere, per tutta risposta, si contorse su sé stesso ed esplose, decorando l'intera stanza e la giovane patologa di sangue e interiora.

Bartolomeo non aveva pensato a rimettere in ordine; ad essere onesti non aveva pensato a un sacco di cose, era rimasto tutto il giorno a navigare su internet cercando di scoprire cosa ci fosse dietro a quelle strane morti, navigando sui siti più strani e cercando di trovare una corrispondenza con gli strani simboli lasciati sui corpi delle vittime.
Aveva stampato pagine e pagine di notizie, immagini, cerchi strani, simboli, compromettendo con ogni probabilità tutta la sua intera cronologia internet; quando aveva finito i fogli bianchi e la stampante aveva esaurito la cartuccia aveva iniziato a copiarli a mano usando le prime cose che gli erano capitate sotto tiro: libri, quaderni, carta da lettere.
Insomma, senza che nemmeno se ne rendesse conto aveva trasformato la casa in un disordinato ammasso di fogli svolazzanti; non pago di tutto ciò, aveva deciso di accendere qualche candela profumata per rilassarsi, e frugando nell'armadio di Rebecca ne aveva trovate tre di un delizioso color lilla al profumo di rosa e vaniglia e le aveva accese.
Decisamente mettere in ordine non era l'unica cosa a cui Bartolomeo non aveva pensato.
Quando la sua dolce metà torno a casa quel pomeriggio – e se lui non fosse stato così preso si sarebbe accorto che qualcosa non andava perché era davvero raro che lei tornasse così presto – non fu esattamente felice di vedere le condizioni del loro appartamento.
Rebecca rimase paralizzata sulla porta, osservando i fogli svolazzare per tutto il salotto, le sue candele profumate (che aveva tenuto da parte per i momenti di stress come quello) bruciare in tre lati diversi della stanza e la sua scrivania completamente sottosopra.
«Bartolomeo» sbottò due toni sopra il normale, attraversando la stanza a grandi falcate e fermandosi proprio nel centro del salotto, là dove il tappeto era stato calpestato dalla sua carta da parati a fiori, completamente pasticciata sul retro.
«Oh ciao, Reb, bentornata, ti vedo un po' sciupata, giornata stressante?»
«Giornata stressante?» sibilò la ragazza, lasciando scivolare il cappotto in terra e rivelando i vestiti sporchi di sangue «Prima le chiamate anonime, poi il cadavere che esplode e ora questo? E tu mi chiedi se ho avuto una giornata stressante? CHE DIAVOLO HAI COMBINATO?»
Bartolomeo si rimpicciolì su sé stesso, cercando di trovare una scusa per la quale la sua adorabile ragazza non si potesse infuriare più di quanto non stesse facendo.
«Ricerche?»
«Non ci posso credere...» sospirò Rebecca con rassegnazione prendendo dal divano dei fogli di carta e sfogliandoli «Merda».
Si fissò il dito, su cui spiccava un taglio sottile e se lo porto alla bocca.
«Hai usato la mia carta da parati, e le mie candele!»
Bartolomeo penso non fosse saggio dirle che aveva utilizzato anche i suoi pennarelli glitterati, quindi glissò su quella parte e cerco di salvarsi come poteva.
«Sì, ma ho scritto sul retro della carta, così possiamo utilizzarla lo stesso».
La giovane sbuffò, lasciando andare le mani lungo i fianchi e agitandole leggermente, come nel tentativo di artigliare qualcosa di invisibile.
«Una buona ragione, Bartolomeo» sibilò «Dammi una buona ragione».
Il sangue iniziò ad accumularsi sulla punta delle dita.
«O giuro che ti defenestro».
«Mi sembrava una buona idea, voglio dire sai che quando mi impegno sono bravo e poi ho fiuto e il mio quinto senso e mezzo non sbaglia mai e-»
Una goccia di sangue si staccò dall'indice e precipitò proprio nel centro della carta da parati, accanto al maglione sporco che Rebecca si era appena tolta.
«Basta!» esplose la ragazza.
E in quel momento la stanza venne invasa da un lampo di luce fucsia ed entrambi si ritrovarono scagliati contro un muro diverso.
«Ma che cazzo -» esclamarono in coro.
«OH. MIO. DIO. Che posto sciatto» disse una voce sconosciuta, avvolta in una nuvola di fumo celestino «Questa carta da parati è di pessimo gusto, mi chiedo come ci siate – Oh, glitter rosa, ora capisco, non mi sarei certo potuto rifiutare, che menata».
Rebecca si accasciò contro il muro, boccheggiando appena per lo stupore, mentre un uomo dai lunghi capelli biondi e il volto efebico emerse dal fumo, tossendo appena e facendosi aria con una mano.
«Chi diavolo sei? Cosa ci fai a casa nostra?» Bartolomeo non sembrava particolarmente ben disposto verso lo sconosciuto e prese ad agitarsi sventolando davanti a sé un candelabro vuoto.
«Prima di tutto non sei minimamente minaccioso» gli fece notare il biondo sconosciuto sedendosi sul divano e accavallando le gambe «Seconda cosa mi avete invocato voi, quindi dovreste come minimo presentarvi, riempirmi di complimenti e solo poi fare domande».
«Invocato?» boccheggiò Bartolomeo.
«Oddio» mormorò Rebecca a mezza voce, per poi domandare titubante «Cosa saresti esattamente?»
«Sono un demone, bellina, cosa credevi avresti evocato con tutti questi simboli? Il sangue di una vergine morta di morte violenta, il sangue di una fanciulla di nobile stirpe, e i glitter? I glitter sono stati un tocco di classe, lo ammetto non ci pensa mai nessuno quando cercano di evocarmi e finisce sempre con l'apparire qualche demone minore».
Rebecca e Bartolomeo si scambiarono uno sguardo leggermente preoccupato, finché la ragazza scuotendo il capo non sospirò: «Chiamo la polizia».
«Non credo proprio» allo sconosciuto fu sufficiente uno sciocco di dita per far esplodere il telefono fissa sul tavolo e fu in quel momento che entrambi i giovani si resero conto di avere accidentalmente fatto un gran casino.
O meglio, Bartolomeo aveva fatto un gran casino e lo sguardo imperante di Rebecca pareva intimargli di risolverlo.
«Non che ci dispiaccia avere un ospite» borbottò il giovane «Ma potresti dirci almeno il tuo nome?»
«Mi stai davvero dicendo che non hai la più pallida idea di chi hai invocato? Perché tutti i mortali rincitrulliti li incontro io? Che ho fatto di buono nella mia vita per meritarmi tutto questo?»
«Beh, potrebbe essere che non volessimo proprio, proprio invocarti, ecco» precisò Rebecca tirandosi in piedi e iniziando a raccattare i fogli di carta sparsi in giro.
«Di bene in meglio» sbottò il demone, ravvivandosi i capelli «Non so proprio come sia possibile, non vengo calcolato per duecento anni e quando finalmente qualcuno si ricorda di me, ecco che si tratta di due imbecilli».
«Ehi! Modera il tono» sibilò la ragazza per niente intimorita.
«Senti un po', umana, prima di tutto i tuoi gusti in fatto di uomini sono del tutto discutibili, seconda cosa, hai idea di chi sia io?»
«No, perché non ti sei nemmeno presentato, altro che creatura demoniaca, sei solo un gran maleducato! Entrare a casa nostra e nemmeno dirci il tuo nome».
«Sono Astaroth, principe dell'Inferno, prima gerarchia, accidia. Per tutti i diavoli, ma dove siete cresciuti? In una comunità laica?»
«Beh, sì. Io sono Bartolomeo e lei è la mia ragazza Rebecca e non ti abbiamo evocato per sbaglio».
«Come sarebbe a dire Bartolomeo! Come ti sei permesso?»
«Di chiamarmi Bartolomeo o di evocarti?»
«Di evocarmi chiamandoti Bartolomeo, e per di più con quella brutta faccia che ti ritrovi. Hai mai pensato di tatuarti delle sopracciglia?»
«Adesso basta!» sbraitò Rebecca, lasciandosi cadere sul divano «Non capisco niente. Secondo la mitologia Astarte non è una donna? E come diamine è possibile evocare un demone per sbaglio?»
«Non è possibile, carina» rispose con calma Astaroth fissando con aria scettica le coperture dei divani «Ma tu grondi così tanto di magia oscura che avresti potuto evocare Lucifero in persona con la formula giusta, e ovviamente senza i brillantini, lui li odia».
Il demone si stiracchio tirandosi in piedi, quindi riprese a parlare.
«E sì, ero noto anche come Astarte, ma con questo viso meraviglioso e questi capelli da urlo secondo te avevo problemi? Figurati, come se poi mi importasse qualcosa di essere scambiato per una donna, non ho problemi a farsi qualsiasi cosa si muova».
«Non lo volevo sapere» borbottò Bartolomeo.
«Beh, ora lo sai. In ogni caso, non preoccupatevi, potete sempre chiamarmi William, William Cavendish, era questo il nome che avevo assunto l'ultima volta che ero stato invocato. Voi umani siete sempre così puntigliosi con questa storia dei nomi, ricordo che anche Dorian era veramente asfissiante».
«Dorian Gray?»
«Chi se ne frega?!» esclamò Rebecca interrompendoli «Come sarebbe a dire che grondo magia oscura? Come è possibile? Nemmeno pensavo esistesse la magia fino a poco fa!»
Cavendish le si avvicinò e si piegò su di lei, prendendole il viso tra le dita e annusando leggermente.
«Eppure sai di sangue e magia nera»
«Lavoro in un obitorio» cercò di giustificarsi la giovane.
«E io un tempo mangiavo carne umana, ma non puzzavo così».
«Rebecca?» domandò titubante Bartolomeo «C'è qualcosa che non va?»
«Beh, oggi in effetti è successa una cosa strana».
«Più strana di invocare un demone in salotto? Complimenti, dovete avere una vita molto movimentata voi umana in questi giorni».
«Oh, per piacere! Beh, stavo iniziando l'autopsia sulla quarta ragazza, la vittima del fanatico religioso, hai presente?» domandò, rivolta più a Bartolomeo che a Cavendish «Avevo appena iniziato quando è squillato il telefono ed è stato strano, davvero molto strano, all'inizio pensavo non ci fosse nessuno, ma poi dall'altra parte una voce ha cominciato a chiamare il nome della morta ed è partito un fischio che ha fatto tremare i vetri. Sembrava che l'intera stanza vorticasse, è stato orribile».
«E poi?» domandò William, improvvisamente interessato.
«Sono tornata in sala autopsie e il cadavere… Il cadavere si è alzato e mi stava guardando, io ho gridato e lei si è come accasciata su se stessa ed è esplosa. Ecco perché tutto quel sangue sui miei vestiti».
«Oddio, e tu stai bene? Hai chiamato la polizia?» Bartolomeo scostò il demone con una culata molo poco gentile e si sedette accanto alla sua ragazza, passandole con dolcezza un braccio oltre le spalle «Avresti dovuto chiamarmi»
«Certo che ho chiamato la polizia, sono venuti, hanno fatto dei rilievi e mi hanno mandata a casa dicendo che probabilmente qualcuno era entrato mentre ero al telefono con lo scopo di distruggere le prove. Ma so cosa ho visto, quel cadavere si è come animato e non ci avrei credo, ma ora...» lanciò uno sguardo a Cavendish dritto di fronte a lei «Ora sono quasi sicura fosse vero».
«Certo che lo era. Per Lucifero, non siete mai in grado di accettare le cose nemmeno quando vi vengono messe davanti al naso, mi chiedo quale sia il problema di voi mortali» sbottò Cavendish «Per questo sei così piena di magia nera, sei finita proprio nell'epicentro del rituale, ed è per questo che sei riuscita ad evocarmi. Noi demoni siamo fatti di magia, proprio come voi umani siete fatti d'acqua».
«Non capisco» sospirò Rebecca, passandosi una mano sugli occhi stanchi «Cosa devo fare ora?»
«Beh, carina, se proprio non sai cosa farmi fare potresti sciogliere l'evocazione. Per qualche motivo non riesco a liberarmi da solo, la fonte di energia che hai assorbito deve essere davvero potente. Il che spiega perché non vi abbia ancora tagliato la gola, anche pure i glitter rosa hanno funzionato come deterrente».
Silenzio.
«VOLEVI FARE COSA?» sbraitò Bartolomeo dopo qualche secondo cappottandosi dal divano per la foga.
«Eh, vacca, quanto casino, sono un demone, ti ricordo, mica quel santone borioso di Michele!» fece eco Cavendish «E comunque sono bloccato qui, avete una stanza degli ospiti, spero».
Rebecca fece a malapena a tempo a indicare una porta con chi occhi ancora sgranati, incapace di proferire parola.
«Ottimo, a più tardi pasticcini, ricordatevi che non mangio niente di verde. E la carne la voglio cotta al sangue» celiò aprendo la porta della stanza «Oh, e qualcuno metta in ordine questo cesso, siete persone o suini?»
Quindi chiuse l'uscio dietro di sé, sotto gli sguardi attoniti dei proprietari di casa, che lo sentirono ancora borbottare qualcosa che suonò molto come: «Arredamento da pezzenti».

Quella era stata una pessima giornata. A essere del tutto onesti erano stati due pessimi secoli, noiosi e assolutamente privi di senso estetico – certo c'era stata la parentesi anni '20, che era stata una bomba, in tutti i sensi, ma poi calma piatta.
In ogni caso quella giornata era stata a dir poco pessima, prima sua zia era venuta a lamentarsi per colpa di qualche cosa che aveva fatto la sua amante, buttandolo giù dal letto ad un orario indecente. E dopo tutti quei secoli Baal avrebbe dovuto saperlo che Cavendish odiava uscire da sotto il piumone prima delle dieci del mattino, le ore tra le cinque e le dieci non esistevano, erano state un'invenzione antipatica di qualche mortale inutile;per altro era stata lei a insegnargli l'importanza del suo sonno di bellezza.
«Baal, vattene».
«Ti ho detto di chiamarmi Albida» aveva insistito sua zia, partendo con una filippica sull'importanza del nome e quel punto Astaroth aveva preso e se ne era andato, solo per poi scoprire che qualche demone burlone aveva creduto opportune arrivare nel suo castello a spargere diserbante sulle sue rose.
Conoscendo gli altri abitanti del settimo inferno probabilmente era stato quel maledetto imbecille di Angra Mainyu, che come sempre si divertiva a seminare distruzione e disagio assieme alla sua degna compare; certo che magari avrebbero anche potuto evitare di scegliere il suo roseto come bersaglio. Stava giusto pensando a come fargliela pagare quando aveva percepito un fastidioso formicolio all'altezza dell'osso sacro e non era riuscito a trattenere una di quelle bestemmie che quando era principe dei Troni spesso sconvolgevano i suoi sottoposti.
«Non una fottuta evocazione. Non ora!»
Quella mattina non si era nemmeno truccato, indossava ancora la camicia strappata durante l'orgia della sera prima e i suoi capelli erano mosci e privi di vitalità come poche volte lo erano stati nella sua vita. Decise che chiunque fosse il folle imbecille che aveva osato invocarlo gli avrebbe squarciato la gola senza pensarci troppo. Ma non gli venne data nemmeno quella soddisfazione, perché non appena si materializzò nel salotto un po' scialbo di un appartamento a lui sconosciuto, si rese conto che la stanza grondava di potere e non era certo un potere da normali umani.
Bestemmio di nuovo mentalmente, per poi gelare alla vista della carta da parati rosa confetto alle pareti.
«OH. MIO. DIO. Che posto sciatto» disse una voce sconosciuta, avvolta in una nuvola di fumo celestino «Questa carta da parati è di pessimo gusto, mi chiedo come ci siate – Oh, glitter rosa, ora capisco, non mi sarei certo potuto rifiutare, che menata».
Quando poi riuscì a visualizzare i due umani che lo avevano richiamato, dopo essersi appuntato mentalmente di eliminare il fumo dal rituale di evocazione, perché gli rimaneva attaccato addosso e puzzava, rimase ancora più sconvolto. Non che non avesse mai visto una persona brutta, ma davanti a lui c'era un ragazzo sui venticinque anni che era l'emblema dell'antiestetica: niente sopracciglia, capelli tinti di verde e tagliati in modo così imbarazzante che se fosse stato in lui non sarebbe uscito di casa per il resto dei sui giorni, canini affilati più di quanto la decenza non avrebbe voluto e brutti tatuaggi sul viso; la ragazza era un po' meglio, puzzava di nobiltà lontano chilometri, proprio come il suo sangue e Cavendish si domandò come fosse possibile che i membri di quella casata non si fossero tutti estinti, ma decise di ignorare la cosa nel notare la tinta rosa dei capelli della giovane.
Ignorali, borbottò a sé stesso, ma senza successo visto che non gli diedero un attimo di tregua.
Non solo lo avevano evocato per errore, ma nemmeno conoscevano il suo nome; rimpianse ardentemente di non poterli uccidere e cercò di pensare cose felici: Erode che massacra bambini per sport, camere a gas, quel vecchio burlone di Gilles de Rais, quella volta che la Bathory aveva sbagliato rito ed aveva per errore evocato Abaddon.
Solo cose belle, continuò a ripetersi, deprimendosi sempre di più al pensiero di essere bloccato in quel posto da pezzenti con due persone così ordinarie. La depressione aumentò ancora di più nel momento in cui si rinchiuse nella camera degli ospiti, come una principessa oltraggiata, e si rese conto da che schifo di arredamento fosse composta.
«C'è un motivo per cui non si vive con gli umani» sbraitò dopo avere insonorizzato la stanza, mentre con impegno si mise a staccare la carta da parati, questa volta celeste «La povertà fa schifo, niente servitori, niente nettare, niente orge, niente lenzuola di seta. Sai che c'è, vaffanculo questa merda».
Con uno schiocco di dita fece scomparire metà del mobilio e con un secondo schiocco fece comparire un intero set di mobili ottocenteschi che si ricordava di avere visto in un palazzo inglese un paio di secoli prima.
«Ora va meglio» borbottò piazzandosi davanti allo specchio e osservandosi i capelli«Vediamo adesso di renderci presentabili per questi pezzenti».

«Semplicemente non credo che sia una buona idea».
«Tu non pensi mai che siano buone le mie idee» borbottò Bartolomeo, continuando a spazzolare con delicatezza i capelli umidi di Rebecca.
«Hai appena insinuato che potrebbe essere una buona idea farci aiutare da un demone a risolvere un caso di omicidio. Lascia che te lo dica, vedi troppa televisione e questo non è Supernatural!»
«Pensavo più a quella serie in cui Lucifero risolve casi a Los Angeles» celiò il ragazzo, mordendosi subito la lingua «Comunque non si tratta di una delle mie fantasie a tema nerd, questa volta so che avevo ragione. Un rituale di magia nel tuo obitorio? Che ti avevo detto? Il mio quinto senso e mezzo!»
«Non sei Dylan Dog, finiscila di dire corbellerie!»
«Ok, ma se avessi ragione? Se dietro a questi omicidi ci fosse qualcuno di non umano? Pensi che la polizia sarebbe in grado di risolverli?»
Rebecca scosse leggermente il capo, strappando al ragazzo un gemito di protesta.
«Non muoverti, devo rifare la treccia».
«Non so cosa sarebbero in grado di fare Ideo e gli altri» borbotta «Ma sono sicura che noi non abbiamo assolutamente le competenze per gestire un serial killer, soprattutto non uno che lavora con un demone»
«Noi forse no, ma ho fatto delle ricerche e sono abbastanza sicuro che Astaroth sappia cavarsela».
«Ti prego, non chiamarlo così, mi fa veramente troppo strano. Chiamalo Cavendish o William».
«Stavate parlando di me? Oh, che carini, quasi, quasi a guardarvi vomito».
«È vero che puoi rendere le persone invisibili e rispondere a qualsiasi domanda?»
Il demone dai capelli biondi sbuffò appena, andando a sedersi di fronte a loro al tavolo della cucina e versandosi un bicchiere di vino dalla bottiglia aperta sul piano.
«Certo che è vero, ma -»
«Quindi puoi dirci chi è l'assassino».
«No, brutto idiota, fammi finire la frase. Posso rispondere a qualsiasi domanda solo se conosco effettivamente la risposta e non so chi si diverta ad andare in giro ad ammazzare gente. Sai quanti maniaci omicidi ci sono sul vostro pianeta?! Non posso mica ricordarmeli tutti».
«Visto? Non mi sembra proprio il caso di continuare».
«Continuare cosa?» domandò Cavendish con interesse, sia mai che quei mortali rendessero la sua esistenza millenaria un po' meno noiosa.
«A indagare sugli omicidi, Rebecca sostiene che non sono in grado -»
«Rude...»
«Ehi! Non ho mai detto niente di simile! Dico solo che sei un detective privato e che la tua licenza è momentaneamente sospesa e non mi sembra il caso di andare a ficcare il naso in un'indagine ufficiale di polizia, ecco tutto».
«Noiosa».
«William la pianti con questi commenti fuori luogo?»
«Mi limito a constatare l'ovvio, carina. Siete poveri, rudi e noiosi. Cosa c'è di male nel cercare di catturare un serial killer che pratica magia nera?»
«So che questa notizia ti giungerà come uno shock, ma noi poveri esseri umani fatti da acqua possiamo morire con incredibile facilità».
«Non dirlo come se non lo sapessi, mi basta uno schiocco di dita per rompervi il collo».
«Hashtag: no, grazie» borbottò Bartolomeo aprendo il frigorifero per iniziare a preparare la cena.
«Hashcosa?»
«Hashtag, mi sa che ti sei perso un pochino di cose negli ultimi duecento anni eh, non ce l'avete il wi-fi dove stai tu?»
«All'inferno? No, non ce l'abbiamo il wi-fi, ma la televisione prende benissimo. Ho visto tutte le repliche di Pretty Little Liars» esclamò il demone con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra «Due volte!»
«Devi avere proprio una vita noiosa» commentò Bartolomeo con l'aria di chi la sa lunga.
«Vorrei vedere te a vivere in eterno! Anzi a pensarci bene forse no, la tua faccia è troppo asimmetrica, mi disturberebbe troppo guardarla per l'eternità».
«Beh, nessuno ti obbliga a farlo, stronzo!»
«Si può sapere perché sei così antipatico con Barto? Che cosa ti avrà mai fatto di male?»
Cavendish sbuffò e roteò gli occhi verso l'alto.
«Prima di tutto» e questa volta fu Rebecca a roteare gli occhi, già esasperata dai suoi elenchi del cazzo «Si chiama Bartolomeo e tutti sanno che San Bartolomeo è la mia nemesi, il mio nemico atavico, il mio avversario -»
«Sa malapena come ti chiami tu, figurati se so chi sia San Bartolomeo» rispose la giovane.
«Secondo» continuò imperterrito William, decidendo di ignorarla «Sono un demone, tesoro bello, sono cattivo. Non mi pagano per essere buono».
«Perché, qualcuno ti paga?»
«Pensavi che lo facessi gratis? Guarda Lucifero è un ottimo datore di lavoro, flessibile, in grado di distinguere i sottoposti competenti, e paga bene, molto meglio di quanto non facciano quei tirchi dei piani alti».
«Io non ho parole».
«Non servono, carina, non preoccuparti».
Forse continuare a dar corda a un demone annoiato non era l'idea più brillante che potesse venire a nessuno di loro; così Rebecca decise che la soluzione migliore fosse ignorarlo e fingere che la sua ingombrante presenza non la disturbasse più di tanto. In fondo, pensò, non potrà poi essere così terribile.
Ovviamente si sbagliava.
Cavendish si lamentò per tutta la sera: la pasta era troppo cotta, il dolce troppo dolce, il divano troppo duro, il film troppo impegnato. Continuò a lamentarsi e a schioccare le dita ogni volta che qualcosa non gli andava bene, cercando di modificarlo a suo piacimento.
Quando però trasformò il pigiama di ciniglia con i coniglietti volanti di Rebecca in una sottoveste di pizzo rosa, la ragazza decise che aveva oltrepassato il segno.
«Era un regalo di mio padre!»
«Era orribile. Punto. Dovrebbe essere illegale girare con un obbrobrio simile. E tu ci vai anche a letto?» domandò con aria schifata girandosi verso Bartolomeo.
«Non sono affari tuoi, diglielo!»
«Sì, beh, ecco, in effetti quel pigiama era bruttino, Bec» azzardò il giovane, indietreggiando leggermente e piazzandosi dietro il divano, in concomitanza della schiena di Cavendish «Mentre quella sottoveste è tantissima roba».
«Siete due maiali! Volevate solo vedermi le gambe».
«Ma io le ho già viste le tue gambe e comunque le gambe non sono l'unica cosa che si vede con quella roba indosso».
«Bartolomeo! Dovresti essere oltraggiato» si lamentò la ragazza afferrando la coperta di lana che usavano per coprirsi davanti alla televisione «E per di più fa freddo, siamo in pieno inverno, ti pare un abbigliamento adatto?»
«Adatto a qualsiasi stagione, a meno che tu non voglia farti suora».
«Spero che ti venga un cagotto fulminante!» ringhiò Rebecca, andandosene sbattendo la porta della stanza.
«Amore, attenta che se non ti copri il cagotto viene a te!» cercò di dirle Bartolomeo attraverso la porta.
«Tu dormi sul divano!»
Come no, poco dopo che Rebecca si chiuse in camera, Cavendish, impietositosi per qualche strana ragione nel vedere Bartolomeo sdraiato sul divano come un profugo, lo invitò a venire a fargli compagnia in camera.
«Sai, effettivamente sei davvero bravo. Hai mai pensato di cambiare lavoro e fare il parrucchiere?»
Bartolomeo scosse il capo, mentre con dita inaspettatamente esperte continuò a pettinare e sistemare i capelli di Cavendish, cercando di ottenere un risultato piacevole.
«Stai molto meglio coi boccoli piuttosto che con i capelli lisci».
«Sì, ma ho troppi capelli e mi annoio a farmeli e con la magia non stanno mai su, tu piuttosto dove hai imparato?»
«Oh, sai, Rebecca ha sempre odiato farsi acconciature fantasiose perché non ha mai avuto la pazienza, io invece ho sempre guardato un sacco di anime e le mie waifu hanno tutte dei capelli meravigliosi, così ho deciso di provare sui suoi capelli e lei mi ha lasciato fare e io ci ho preso la mano».
«Le tue cosa? Anzi, non rispondere, non voglio saperlo».
«Tipo, hai mai visto Euphie di Code Geass? Oh, che bellina, ecco, quella è stata una delle prime acconciature che ho provato e-»
«Euche? Senti, ma una vita ce l'hai?»
«Vuoi che ti bruci tutti i capelli?» sbottò Bartolomeo «Certo che ho una vita, ma questo non significa che non possa avere degli hobby, a ognuno il suo. C'è chi legge libri, chi va a ballare, chi si fa di eroina e chi spende tempo di qualità davanti al televisore».
«Sì, come ti pare, secondo te è ancora arrabbiata?» domandò Cavendish cercando di non sporcarsi mentre si passava il secondo strato di smalto verde cetriolo sulle unghie.
Il ragazzo alle sue spalle scosse il capo, ad indicare che non ne aveva idea; appoggi il ferro per capelli sul tavolo di vetro – che probabilmente il demone aveva fatto comparire da chissà dove, e Barto non voleva proprio sapere come fosse riuscito a riarredare la stanza in così breve tempo.
«Ci dormirà sopra, ha avuto una giornata stressante, sai con il cadavere che esplode e tutto il resto».
«Oh, puoi anche dirlo che sono io tutto il resto, non mi offendo mica, e comunque dovrete abituarvi alla mia presenza perché non riesco a svicolare la mia persona da questo luogo, o in ogni caso dal luogo dove vi trovate voi».
«Stai scherzando spero! E quanto pensi che durerà questa situazione?»
«Guarda il lato positivo, potremmo giocare al piccolo Sherlock, magari senza farlo sapere a Rebecca, non sei curioso di scoprire chi c'è dietro agli omicidi?»
«Sì, ma… Oh non cambiare argomento! Quanto pensi durerà questa situazione?»
«Mah, un giorno? Due? Non molto, te l'ho detto, vedrai che la situazione si risolverà a breve».
Ovviamente non fu così.
«No».
«Come sarebbe a dire no? Non mi sembra che ti abbia mai dato fastidio ad ora!» sbraitò Rebecca, sibilando, era passata una settimana da quando Cavendish era comparso in una nuvola di fumo nel loro salotto e la situazione era migliorata, ma solo a tratti.
«Guarda che se tu esci sempre la mattina e torni la sera e non fai caso a cosa Barto ci cucini, non è colpa mia. Io quel corpo morto non lo mangio».
«È carne, William, e tu sei un demone. Su wikipedia c'è scritto che i demoni si nutrono di carne, umana, ma questo è un altro discorso».
«Dai Bec, guarda che Cavendish è vegetariano, io lo sapevo, me lo ha detto tipo la prima sera».
«Te lo ha detto lui. Che è vegetariano. Abbiamo in casa un demone vegetariano».
«Beh, più che altro mi ha lasciato un post-it rosa a forma di stellina sul frigo, ma sì».
Cavendish, agitò con aria teatrale i boccoli e allontanò il piatto con l'hamburger verso il lato opposto del tavolo.
«Non. Mangio. Carne. Morta».
«Ti droghi? Giusto stamattina hai minacciato il commesso di Starbucks di tagliargli la gola e bere il suo sangue perché il tuo Cinnamon Dolce Latte non era abbastanza caldo».
«Che vuol dire? Erano solo minacce!»
«Hai continuato dicendo che ti saresti mangiato tutta la sua progenie se non te ne avesse fatto un altro...»
Bartolomeo ridacchiò , distogliendo entrambi i litiganti dai loro pensieri, almeno per un momento.
«Diglielo che sono vegetariano! Diglielo!»
«William, sarei molto più propensa a crederti se tu non fossi un demone immortale».
«Senti, bella mia, è vero, mangiavo carne e mi piaceva anche, ma ora ho smesso. Basta, fine, kapput. Quando parlo di magiare la gente sono solo minacce» si bloccò per un istante, portandosi una mano alla bocca, come ricordando qualcosa di estremamente disgustoso «Saresti diventata vegetariana anche tu dopo quello che mi è capitato».
«Sì, ma non raccontarlo mentre mangiamo!»
«Zitto, Barto. E sarebbe?»
«Beh, non ricordo esattamente che secolo fosse, se il sedicesimo o il diciassettesimo, fatto sta che mi stavo divertendo moltissimo a seminare il panico in giro, andavo dove mi pareva, facevo baldoria, mangiavo cose. Finché non mi è capitato sotto mano un bambino andato a male, che schifo, santo cielo! Fanculo a lui, la peste e qualsiasi altra cosa morta che possa trasmettere malattie. Non sono mai stato così male per del cibo avariato, così ho deciso che era meglio diventare vegetariani, e poi ho scoperto che faceva bene alla pelle».
«Per l'amor di Iddio! Stai parlando di esseri umani, non di un pezzo di carne trita».
«Guarda che è esattamente la stessa cosa, bellina, e comunque mica ti dico di non mangiarla, semplicemente mi fa schifo. Non voglio ammalarmi di nuovo».
«Chiaro, stupida io a pensare che avessi qualche ragione di spessore per non mangiare carne».
Cavendish roteò gli occhi al cielo, esasperato.
«Duh, demone» celiò indicandosi con un dito.

/continua, part 2, chap 1/

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