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Cow-T!Verse, Ci guardi mai nel tuo futuro?

Autore: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: Ci guardi mai nel tuo futuro?
Fandom: CowT-verse, originale
Genere: slice of life, introspettivo
Warning: femslash
Rating: sfw
Parole: 2040
Note: scritta per la quinta settimana del Cow-T di Mari di challenge con il prompt Femslash. Vesper e Manila sono proprio OTP per me e voglio loro tantissimo e sapere che tecnicamente sono canon mi ha reso estremamente felice e niente, ora vorrei capire come siano effettivamente finite a mettere su famiglia, ma va bene così <3 In realtà non sono soddisfatta al 100%, quindi la posto solo qui. Per capirla al meglio consiglio di leggere anche quello che ho scritto l'anno scorso su di loro, che trovate qui e qui, e quello che ha scritto Akemi che trovate qui.


Ci guardi mai nel tuo futuro?


Non era certo partita per cercare lei.

Semplicemente su Tanit l'aria si era fatta irrespirabile; Manila era sparita da quasi un anno, senza una parola, senza un biglietto e in quel periodo di tempo Lacros non era mai venuto a trovarla, nemmeno una volta. Non che Vesper si fosse messa a piangere lacrime amare per questo, però prima erano amici, prima Lacros si confidava con lei, ora apparentemente si rifiutava anche solo di avvicinarsi a casa sua.

Come se avesse fatto tutto da sola! Sembrava convenientemente dimenticarsi che era stato lui a coinvolgerla in quella farsa del matrimonio, ed entrambi sapevano benissimo, fin da subito, che non sarebbe approdata da nessuna parte, ma Lacros si era rifiutato di vedere la realtà e così Vesper aveva accettato lo stesso. Però era perfettamente inutile che ora se la prendesse con lei giocandosi la carta del mutismo come un bambino di quattro anni.

A volte si domandava come facesse Lænton a sopportare i suoi sbalzi di umore, ma dopo tutto non era un problema suo; o meglio parzialmente lo era, ma Vesper si era comportata come faceva sempre: aveva indossato la sua maschera di bionda svampita e aveva sorriso, fingendo di essere richiesta altrove, quindi era partita.

Il lampo di disapprovazione negli occhi di Lacros l'aveva colto – come sempre – ma aveva scelto di ignorarlo, dopo tutto era lui che aveva iniziato con quella ripicca da quattro soldi e lei ricordava ancora le parola con cui era cominciato tutto: «Tu lo sapevi». Certo che lo sapeva, lo sapevano tutti: lei, Cyprian, Lacros stesso, forse persino Metacomet lo sospettava.

In ogni caso alla fine era partita, perché aveva davvero bisogno di tornare a respirare e se Manila riusciva a farlo saltando di pianeta in pianeta e di sistema solare in sistema solare, di sicuro ci sarebbe potuta riuscire anche lei, soprattutto organizzandosi prima. Certo non era stato facile scegliere dove andare; Abilene si era offerta di ospitarla, con insolita gentilezza: «Ho una villa a un paio di sistemi solari da qui, un posto magnifico, sole, mare, e culi sodi». Aveva rifiutato, quasi subito, non che le dispiacesse come proposta, ma aveva semplicemente voglia di starsene per i fatti suoi, di stare un po' da sola. Così aveva fatto tutto di testa sua, con la convinzione adamantina che sarebbe stato perfetto: ovviamente si sbagliava.



Il pianeta che ha scelto è incredibilmente mediocre e Vesper non è sicura che sia stata una buona idea.

C'è sabbia ovunque, un sacco di sabbia: sotto i piedi, negli occhi, per strada, tra i suoi vestiti, persino all'interno delle case. Il vento la porta con sé, la trascina verso le città, vorticante e leggera, e questa erode lentamente gli edifici e tutto quello che si trova sul suo percorso, smussando gli angoli degli edifici e, in parte, anche delle persone.

I due soli brillava per quantità di ore che dovrebbe essere illegale, almeno secondo il suo modesto parere, visto che non fanno altro che contribuire a farle colare il trucco e a rovinarle i capelli e se c'era una cosa che Vesper detesta è essere fuori posto – non che qui ci sia nessuno che guarda come sia conciata. In realtà nessuno la guarda proprio, ed è strano perché la donna non passa esattamente inosservata di solito, questo però non le dispiace, perché negli ultimi tempi è stata additata a sufficienza come “la consorte abbandonata” e la cosa ha iniziato a darle fastidio.

Non è stata abbandonata, il concetto di abbandono implica una precedente appartenenza, implica vedere i propri desideri e le proprie aspettative crollare dopo essere stati lasciati indietro, ma lei ha sempre saputo che Manila non sarebbe restata, ha sempre saputo che non ci sarebbe stato nessun matrimonio. Ovviamente non può dirlo, non ha potuto dirlo e si è dovuta sorbire le stupide voci di quei deficienti dell'alta società di Tanit.

Si lascia cadere stancamente sul letto a baldacchino della stanza che ha prenotato, quell'albergo ha una struttura davvero strana e si chiede se il suo pessimo gusto continuerà a condurla in un posto più trucido dell'altro. Lei odia i posti trucidi. Forse avrebbe dovuto farsi insegnare un trucco o due da Manila prima di lasciarla partire. O sarebbe dovuta andare a trovare qualcun altro, magari Abilene, a quanto ne sa ha una villa davvero bella a soli due sistemi solari di distanza.

«Avrei dovuto continuare a giocare a fare l'idiota» borbotta, osservando il soffitto.

Si rotola su un fianco e abbraccia uno dei grossi cuscini rossi che decorano il letto, si ripete che non è il caso di addormentarsi adesso, così: truccata, vestita, con ancora indosso le scarpe. Ma la sua testa non le dà molta retta e prima che possa davvero rendersene conto, Vesper sta già dormendo.



«Manila, ci guardi mai nel tuo futuro?»

«Non dovrei, lo sai».

«Non dovresti fare un sacco di cose, ma le fai lo stesso. Allora, ci guardi o no?».

«Solo ogni tanto».

«E?»

«Cosa e?»

«Cosa vedi, ovviamente?»

«Un sacco di cose, ma il futuro non è facile da leggere, non è mai fisso, è come un flusso in movimento. Ricordi quella volta che ho rovesciato tutti i barattoli del pittore nella fontana della piazza grande?»

«Ricordo».

«Le mie visioni sono così».

«Sembra molto faticoso».

Solleva le spalle.

«Quindi cosa vedi nel tuo futuro?»

«Un sacco di cose».

«Sei sempre così specifica, è un piacere parlare con te».

Manila ride.

«Se te lo dicessi ti toglierei tutto il divertimento».



Si è a malapena guardata allo specchio prima di scendere per la strada.

Il trucco è leggermente sfatto, ma ha deciso che non le importa, non le interessa nemmeno se i suoi capelli sono aggrovigliati lungo la spalla in una treccia sfatta, non ha alcuna intenzione di cambiarsi, vuole solo trovare un dannato locale in cui sedersi cinque minuti e dimenticare il suo nome in un bicchiere di qualcosa di troppo alcoolico per essere pronunciato.

La prossima vacanza se la pensa meglio, un posto tropicale magari, di quelli dove ci sono solo locali di lusso, camerieri con gli addominali scolpiti e cameriere con il culo più sodo del suo – le priorità sono importanti.

Il bar in cui entra è pittoresco, o almeno Vesper non riesce a trovare un'altra definizione; si pente un po' di non essersi mai allontanata da Tanit per tutta la vita, se avesse trovato il coraggio di partire prima, ora non si sentirebbe così tanto un pesce fuor d'acqua. Lei è abituata ai ricevimenti e agli ambienti eleganti di una società che, pur odiando, è sempre stata tutto ciò che conosceva; tra i le falsità e le maschere della nobiltà sapeva come muoversi, muovendosi contro corrente, seguendo la scia leggera di una moralità che aveva scoperto poco a poco di avere e nascondendosi dietro a una maschera di presunta stupidità. Ma qui? Questo mondo fatto di sudore e di polvere sul viso non è qualcosa che sa gestire, che riesce a gestire e la cosa la irrita profondamente.

Vesper si siede su uno sgabello davanti al bancone e arriccia le labbra in una smorfia di disappunto – e se non dovessero averceli gli ingredienti per farle da bere.

«Se ci mette tutto quel ghiaccio non ci sarà più spazio per- Oh, lasciamo perdere» borbotta, scuotendo la testa sconsolata e tirando fuori dalla tasca un portasigarette decorato.

Il fumo si alza in volute leggere verso l'alto, mentre l'uomo dalla parte opposta del banco le passa il suo bicchiere senza nemmeno guardarla (perché nessuno la guarda?), ma non ha nemmeno iniziato a berlo che una risata richiama la sua attenzione.

L'ultima volta che l'ha sentita era sul terrazzo del suo palazzo, un po' troppo tempo fa e la donna non è sicura di non essersi sbagliata; scuote il capo, per scacciare un pensiero insistente, e si volta appena, ma, chiunque fosse ad aver riso, è nascosto da un paravento di vetro smerigliato verde e lei non ha certo voglia di alzarsi.

Dopotutto quante possibilità ci sono?

Si porta il bicchiere alla bocca, trattenendo appena una smorfia nel constatare che non è esattamente come se lo aspettava, ma non importa. Chissà si domanda, se è solo su Tanit che lo fanno così o se è lei che riuscita a trovare l'unico posto in cui anche i cocktail sanno di benzina.

«Che noia» sbuffa «Possibile che in questo cesso di posto non ci sia nessuno con cui una signora possa intrattenersi?»

«Vesper?»

La donna rimane congelata sul posto e non sa bene se se lo sia immaginata di nuovo o se effettivamente qualcuno l'abbia chiamata – con quel tono di voce curioso e indagatore che conosce così bene. Non si volta, perché sarebbe parecchio spiacevole se dopo averlo fatto dovesse scoprire di essersi fatta un trip. Da sobria.

«Vesper sei tu?»

Questa volta si gira, ha le sopracciglia aggrottate e la bocca semi aperta, con la stessa espressione irritata che si potrebbe rivolgere a uno sconosciuto un po' molesto, ma qualsiasi cosa volesse muore nel momento in cui realizza chi c'è davvero alle sue spalle.

«Manila? Cosa fai qui?»

«Io? Quello che faccio sempre» borbotta la veggente, fissandola in modo strano «Tu piuttosto?»

«Sono in vacanza, ovviamente. Ho un progetto di viaggio particolarmente lungo che prevede lo spostamento del mio magnifico didietro attraverso tre sistemi solari».

«Tu non lasci mai Tanit, Vesper».

«Non dire sciocchezze, Manila» esclama la donna, ridacchiando e portandosi il bicchiere alla bocca, salvo poi ricordarsi (solo dopo aver bevuto) quanto quel coso fosse disgustoso «Io adoro viaggiare, viaggio sempre».

«Se per “viaggio” intendo spostare il tuo “magnifico didietro” dal letto al divano e dal divano al letto di qualcun altro, allora sì. Oddio, non ti ha mandata mio fratello, vero?»

«Sei tu la veggente, tesoro, non io. Comunque no, Lacros non mi parla, non parla a nessuno di noi da quando a sua detta “non abbiamo fatto niente per fermarti” un anno fa».

«Oh, beh, gli passerà, finché sta attento alla pressione…»

Vesper scoppia a ridere, finalmente, Manila pensava che sarebbe rimasta di sale per tutta la sera e non è più divertente stare con lei quando si irrigidisce, perché diventa acida, e a Manila non piace.

Finalmente la bionda si alza e l'abbraccia, piazzandole parzialmente le sue tette in faccia.

«Mi sei mancata!» esclama, lasciandole un bacio leggero all'angolo della bocca.

«Anche tu».


Si stiracchia come una gatta, rotolandosi nelle lenzuola un po' troppo ruvide per i suoi gusti; allunga la mano a cercare un cuscino e si ritrova a sfiorare la schiena nuda di Manila. Vesper sorride, ricordando la sera precedente, quel suo modo di ridere che non pensava esserle mancato così tanto, il modo in cui le mani della veggente si erano soffermate su di lei – come se non fosse mai andata via da Tanit. Per un breve istante Vesper si sente a casa, salvo poi realizzare che no, sta sbagliando. A casa non c'era lei, a casa non c'era nessuno, e partire è stata la decisione migliore che potesse prendere.

Si domanda quante possibilità ci fossero di incontrarsi così e se Manila sapesse che rimanendo così tanto su quel pianeta polveroso avrebbe finito con l'incrociarla. Osserva quella figura sinuosa malamente attorcigliata alle coperte e sorride, alzandosi piano per andare ad aprire una finestra; è sempre stata quella mattiniera, lei.

«La luce» mugola Manila dal letto, agitandosi appena e infilando il capo sotto a un cuscino.

«Buongiorno anche a te».

«L'ultima volta non c'erano delle brioches al cioccolato?» domanda la veggente con la voce impastata dal sonno.

«E delle lenzuola di seta, due camerieri, il maggiordomo, delle tazze in ceramica e tuo fratello alla porta pronto a trascinarti all'altare».

Un gemito di noia giunge da sotto il cuscino.

«Ripensandoci, farò a meno della colazione».

«Come sospettavo».



«Manila, ci guardi mai nel tuo futuro?»

«Non me l'hai già fatta questa domanda?»

«Forse sì».

«Non essere noiosa, Vesper».

«E tu non essere maleducata, dimmi, ci guardi mai?»

«Solo ogni tanto».

«Non me l'hai già data questa risposta?»

«Forse sì».

«Potresti anche essere un po' più specifica ogni tanto, sai?»

«Non è colpa mia, sono le tue domande ad essere troppo vaghe!»

«Molto bene. Allora dimmi, tutto questo l'avevi visto?»

Indica sé stessa, quindi la veggente, poi l'intera stanza.

Manila scoppia a ridere.

Non risponde.

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