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Autrice: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Fandom: Saint Seiya
Titolo: E il suo amore andò perdendosi tra le ombre
Genere: sentimentale, introspettivo, drammatico
Warning: one shot, friends to lovers, missing moment, slice of life, canon!character death implied
Rating: sfw
Parole: 3817
Prompt: Saint Seiya, Milo/Shaina, e il suo amore andò perdendosi tra le ombre | oscurità
Note: la storia è stata scritta per la Sesta e ultima settimana del CowT di MaridiChallenge, con il prompt Oscurità.
Siamo tra l'Ottobre del 1986 e i primi di Aprile del 1987; ho seguito la cronologia pensata da questo sito, che pur non includendo Asgard, trovo essere molto completa e ben fatta.
Il "parmiggianna" scritto male è voluto, perché è quello che direbbe Milo nel cercare di ripetere una parola italiana e non greca.
Tempelchanás è Greco per "Pigrone".
I cavalieri dormienti, i grandi generali dei mari, i cavalieri sepolti nella terra umida del Santuario, e quelli dimenticati nella notte --> spero non serva una traduzione, ma i primi sono i bronze che sono ancora in coma, i secondi sono i Generali di Poseidone, i terzi i Gold Saints con le surplici, gli ultimi gli Spectre di Ade
Ci sono alcuni lievi spoiler sul finale riguardo la fine della guerra contro Ade (Elena parlo con te), ma per il resto niente di che; also ho cercato di attenermi al canon il più possibile, ma ho tenuto Ioria come nome di Aiolia.


E il suo amore andò perdendosi tra le ombre


Non è mai stato facile per Shaina dedicare la sua vita ad Atena.
Non ha scelto di sua volontà di diventare Sacerdotessa e non ha mai apprezzato di doversi nascondere dietro a una maschera, celando a chiunque il proprio essere, la propria persona, uniche alternative: l'amore e la morte. Solo crescendo ne ha compreso la reale importanza: in un mondo di uomini non era nemmeno una questione di mostrare o meno il viso, semplicemente sapeva che in quanto donna nessuno l'avrebbe presa seriamente. Ed era stato così, molti dei cavalieri d'Argento suoi pari vedevano in lei e nelle sue compagne di addestramento non delle Sacerdotesse Guerriere, quanto più delle ragazzine alla disperata ricerca di dimostrare la propria forza e ansiose di confrontarsi con degli avversari per natura più forti di loro in quanto uomini.
Non aveva mai voluto sperimentare la veridicità di questa sua convinzione con i cavalieri d'oro che nella sua testa rimanevano gli esponenti più alti di una gerarchia militare di cui era fiera di essere parte, sebbene a volte ne percepisse il peso. Aveva la sua idea ben precisa del loro modo di essere e non voleva che venisse spazzata via da una realtà fastidiosa. Quindi per anni si era limitata a un rapporto superficiale, puramente professionale avrebbe detto qualcuno, cercando di dimostrare la sua forza e lavorare da sola per come poteva.
Non era una questione di ansia, non è che si sentisse intimidita dal materiale della loro armatura rispetto alla sua, era quanto più una questione di inadeguatezza accompagnata da un fastidio che sentiva di provare a pelle.
Per questo motivo, ha trascorso anni a cercare di evitare qualsiasi contatto con i cavalieri d'oro, limitandosi a un saluto ogni tanto, cercando di comunicare solo con i pochi di loro che si degnavano si scendere la scalinata delle case, girando l'angolo opposto pur di non doverli incontrare.
È con l'arrivo di Atena al Santuario che cambia ogni cosa.

Non le è concesso di visitare la clinica, il suo compito è di rimanere sull'Acropoli e alla fine va bene così: è cavaliere di Atena e in quanto tale ha il dovere di proteggere quei luoghi. Lei, più di chiunque altro, è convinta di non dover lasciare che la sua natura di donna, i suoi sentimenti, interferiscano con la missione. Per questo non se ne va, né insiste per poter viaggiare fino in Giappone, ad assistere – proprio come Marin – i cavalieri di bronzo ricoverati; rimane, invece, in Grecia, a osservare l'Autunno farsi largo sui delicati pendii dell'Attica.
Alle pendici del Santuario c'è un villaggio in rovina, una volta era abitato, Shaina ricorda i giorni della sua infanzia, quando le porte di un piccolo negozio di fiori, nella periferia solitaria di Atene, davano accesso al luogo più sacro dell'intera Grecia. Dopo la guerra con i Titani gli abitanti erano stati tutti evacuati e ciò che rimaneva erano le case vuote, riadattate affinché i cavalieri stessi potessero viverci.
Shaina ha scelto per sé un edificio tanto piccolo quanto isolato; non essendo mai stata una grande amante dei contatti umani la cosa non le è mai pesata, nemmeno quando si era ritrovata a dover scarpinare più degli altri per andare a fare una spesa decente. Negli ultimi anni, in realtà, era sempre andato Cassios per lei, ma ora, come tutti coloro per cui aveva provato un sentimento di affetto, anche lui è morto e lei è rimasta sola a osservare le pietre spesse che compongono quell'edificio spoglio.
È in uno di quei giorni in cui ti ritrovi perso nel tempo, senza davvero renderti conto del trascorrere delle ore, che la Sacerdotessa dell'Ofiuco si trova a vedere la sua vita quasi ribaltata da uno di quei cavalieri d'oro che ha così a lungo evitato.
La prima volta che Milo le rivolge la parola a Shaina viene quasi un infarto.
«È moussakà quella?» domanda il cavaliere dello scorpione affacciandosi dalla finestra verso l'interno.
La giovane si copre il viso con una mano e in un gesto condizionato gli lancia addosso un piatto, non che a lui ci voglia molto per schivarlo; scoppia a ridere divertito, senza capire davvero chi sia la giovane, né perché se la prenda così tanto, almeno finché non la vede indossare una maschera.
«Oh, perdonami, non volevo. Non avevo intenzione di-»
«Sono melanzane alla parmigiana» lo interrompe, senza tante cerimonie.
«Sembra moussakà, però» continua il ragazzo entrando, senza farsi problemi, dalla finestra, sotto un invisibile sguardo irritato di Shaina.
«Sembra, ma non lo è».
«Capisco, capisco. Comunque piacere, io sono Milo».
«So chi sei, sei il cavaliere d'oro dello Scorpione».
«Oh, beh, mi risparmi un sacco di tempo e di spiegazioni inutili, allora, posso avere quel piatto?»
Si trattiene dal bestemmiare, perché non è fine e perché ora che la Dea è tornata al santuario potrebbe anche essere considerato offensivo.
«Non posso mangiare se ci sei anche tu» gli fa notare, sperando che lo prenda come un invito ad andarsene.
«Prometto di non guardare. Noi cavalieri d'oro siamo sempre di parola».
Ruota gli occhi verso il cielo e gli indica lo spesso davanzale della finestra da cui è entrato.
«Puoi stare lì se vuoi».
Milo sorride, soddisfatto, lasciando che gli riempia il piatto, quindi va a sedersi dove gli è stato indicato lasciando che la ragazza gli dia le spalle; la osserva mentre si toglie la maschera e la appoggia sul tavolo e si dice che probabilmente l'ha già vista in giro, ma non ci ha mai troppo caso, non prima.
«Quindi, cos'è che fai tu qui?»
La forchetta si blocca a mezz'aria e nota il capo piegarsi appena.
«Sei serio? È una domanda seria?»
«Le domande serie le ho finite da un pezzo».
«Sono un cavaliere d'argento» risponde, con voce fredda.
«Oh, come Marin quindi» celia il ragazzo, addentando quella parmiggianna, o come l'ha chiamata la sacerdotessa.
«Detesto Marin» risponde secca.
«Capisco che sia difficile andarci d'accordo, credo che solo Ioria-»
«Detesto anche Ioria, Cassios è morto per colpa sua».
«Cassios...» Milo si ferma un istante a riflettere, tornando con la mente a quel giorno alle dodici case, durante quegli stramaledetti funerali in cui ha visto più della metà dei suoi amici finire sotto terra «Non era quel ragazzino che si era conteso l'armatura di Pegasus con Seiya? No, aspetta non dirmelo, detesti anche lui».
Silenzio.
«No».
«Come hai detto che ti chiami?»
«Non l'ho detto, comunque Shaina. Mi chiamo Shaina» si blocca di nuovo con la forchetta a mezz'aria indecisa se continuare o meno «Sono il cavaliere dell'Ofiuco».
«Molto bene, molto bene» Milo le si avvicina fino a raggiungerla, allunga una mano e deposita il piatto sul tavolo, senza mai superarla, senza fare niente per cercare di vedere il suo viso «Me lo fai anche un caffè, Shaina dell'Ofiuco?»

Nessuno dei due sa dire con precisione quando inizi a diventare un'abitudine, ma ben presto quegli incontri si fanno più frequenti di quanto entrambi vorrebbero, e Shaina non conta nemmeno più le volte in cui Milo entra dalla finestra, salutandola con la mano e ridendo nell'immaginare la sua espressione seccata dietro quella maschera impassibile. La verità è che col tempo l'espressione di Shaina passa dallo scocciato al divertito e in meno tempo di quanto non si aspetti si accorge di iniziare ad aspettare quei momenti con trepidazione, quasi con gioia.
«Credo di avere ancora spazio per il dolce, hai fatto il dolce, vero?»
«Sei ben sfacciato! Ogni volta ti inviti a pranzo e sparisci sempre prima di lavare i piatti!» la sacerdotessa sorride, anche se l'altro non può vederla, e gli piazza davanti al naso una tazzina di caffè, fatta con quello strano aggeggio che lei chiama Moka e che Milo ancora non ha ben chiaro come si usi.
«Shaina…»
La ragazza gli sventola una mano davanti alla faccia, e gli dà un buffetto sul naso con un dito.
«Dovresti tornare al lavoro, tempelchanás».
Che poi lavoro forse è una parola esagerata, perché non c'è niente da fare al grande tempio, non quando il silenzio aleggia prepotente tra le colonne dei templi in rovina e non quando metà dei suoi precedente occupanti sono spariti. Spariti. Il termine esatto sarebbe deceduti, ma a nessuno di loro piace pensare alla morte.
Ci sono dei giorni in cui Milo torna anche dopo cena, a fare due chiacchiere, dice lui. Porta una bottiglia di Ouzo e delle volte del vino e probabilmente è anche grazie all'aiuto dell'alcool se iniziano a parlare di cose che normalmente entrambi relegano in un recesso della loro mente, e del loro cuore.
«E quindi non hai ancora ricevuto nessuna notizia da Seiya?»
Shaina scuote la testa.
«Non posso prendere e andare a Tokyo, è Natale. E dopo Natale viene Capodanno e Milady avrà anche altro da fare, tipo portare avanzi una Fondazione».
«Beh, non è del tutto vero, ci stiamo dando tutti i turni per andare a proteggere Saori , non mi sembra che ci sia niente che ti impedisca di andare».
Shaina si blocca, fissando il fondo del suo bicchiere di ouzo.
«Forse non sono poi così sicura di voler andare».
«Come sarebbe a dire?»
«Ho paura di volare fino a Tokyo, entrare in quella stanza d'ospedale e scoprire che non amo Seiya così tanto come pensavo».
«E sarebbe così drammatico?» domanda il ragazzo.
Sono seduti per terra, uno di fianco all'altro, le schiene appoggiate contro il muro, le braccia che si sfiorano appena.
«Io… Non lo so».
«Hai sedici anni, non penserai mica che Seiya sia l'amore della tua vita, no?»
«Ne parli come se la tua esperienza in materia si estendesse ad anni di relazioni, ma sei un cavaliere di Atena, Milo. Hai trascorso tutta la tua vita ad allenarti, su quali basi senti di potermi dire una cosa simile? Non abbiamo nemmeno idea di quanto dureranno le nostre vite».
«Il fatto che sia un cavaliere di Atena non significa che non abbia mai amato nessuno» borbotta il giovane, arrossendo appena e versandosi ancora da bere.
«Io non-»
«No, no, hai ragione. È che non credo di averne mai parlato, probabilmente con nessuno».
«Si tratta di Aquarius?»
Scorpio solleva un sopracciglio e fissa la maschera impenetrabile che copre il volto dell'amica.
«Lo sai? Non ti facevo tipa da gossip».
«Lo sanno tutti al Santuario, Milo. Nel senso, molta gente è convinta che voi due, Cancer e Pisces siate - fossero - omosessuali, non lo sapevi?»
Il ragazzo sospira e distoglie lo sguardo.
«Non è così semplice, Shaina. Molti di noi sono cresciuti al Santuario, fin da quando erano piccoli. Delle nostre case, delle nostre famiglie ci resta un ricordo vago e per alcuni una seconda lingua, ma siamo sempre cresciuti qui e il Grande Tempio non è mai stato un luogo pieno di donne. Per noi era normale, essendo cavalieri di una divinità antica come il mondo, educati a una storia che risale fino ai tempi del mito».
La Sacerdotessa dell'Ofiuco non dice nulla, appoggia il capo contro le ginocchia e lo lascia parlare.
«Il mondo esterno è stato da subito meno gentile, ma mi ha anche dimostrato una cosa».
«Cosa?»
«Non sono per niente immune al fascino femminile» le sorride avvicinandosi appena e Shaina scoppia a ridere, dandogli un leggero colpetto sulla fronte con il dorso della mano, mentre ringrazia di indossare una maschera, così che il giovane non si possa accorgere di averla appena fatta arrossire.
«Non ci provare».

Il primo di Gennaio del 1987 Shaina prende il suo passaporto, nasconde la maschera nella tasca della sua giacca e raggiunge l'aeroporto di Atene-Eleftherios a bordo di un taxi scassato, al costo di poche dracme.
Non le piace il Giappone, e non perché sia dall'altra parte del mondo rispetto a casa, quanto più perché in pochi posti si è sentita un'estranea come a Tokyo; il suo essere europea, occidentale, lì risalta più che in qualunque altra parte del globo. In Grecia non ha mai avuto problemi, era come essere a casa, e fin dal primo momento la differenza con l'Italia è stata minima, praticamente impercettibile.
E poi c'è l'angoscia, che al momento non le dà tregua.
L'angoscia che sente alla bocca dello stomaco al solo pensiero di entrare in quella stanza di ospedale, dove sa ci sarà troppa gente per i suoi gusti, e lei non ha intenzione di parlarci con Marin.
Marin però è l'unica che manca quando arriva alla clinica e ad accoglierla trova solo visi sconosciuti.
«È uscita con Ioria, una decina di minuti fa» le dice una ragazza cinese in un'inglese stentato e Shaina annuisce avvicinandosi piano ai cavalieri.
L'unica che riconosce vagamente è una ragazza dai capelli biondi semi addormentata accanto al letto del cavaliere di Andromeda, a giudicare dalla maschera deve essere una Sacerdotessa anche lei, ma non sembra importarle più di tanto che qualcuno veda il suo viso.
Decide di non svegliarli e si avvicina al letto di Seiya.
C'è una giovane dai capelli scuri e gli occhi gonfi seduta di fianco a lui, e a giudicare dalle condizioni del suo viso non deve mai aver smesso di piangere un secondo – tre mesi di pianto, certo che ci vuole coraggio.
Sente che le sta parlando, ed è abbastanza sicura che le sue domande siano quelle che farebbe a chiunque altro: chi sei, cosa vuoi, allontanati da quel letto.
Non la degna nemmeno di un'occhiata e tocca alla giovane cinese cercare di placarla, mentre cerca di spiegarle che probabilmente conosce Seiya da molto tempo – e davvero non ne ha un'idea.
Shaina passa le dita sul volto di quel ragazzo che conosce oramai da anni e trattiene l'impulso di togliersi la maschera; non è così che dovrebbe andare.
«Il dottore dice che può sentirti se gli parli».
«Ciao Marin».
«Ciao Shaina, mi aspettavo di vederti prima» la rossa fa un gesto alla giovane che non ha mai smesso di agitarsi da quando è entrata, facendole cenno che è tutto a posto.
«Non ero sicura che fosse una mossa intelligente».
«E ora cosa è cambiato?»
La sacerdotessa dell'Ofiuco si toglie lentamente la maschera e si volta verso l'amica-nemica, sul suo viso c'è solo un sorriso malinconico e gli occhi sono leggermente piegati verso il basso, ma non sta piangendo.
«Io».
La sala d'aspetto dell'ospedale puzza di disinfettante ed è così bianca da fare male agli occhi. Marin le porge una tazzina di plastica piena di caffè, o meglio qualcosa che ha il colore del caffè, ma di certo non la sua consistenza, né il suo sapore.
«Milady sa che sei qui?»
«No, non lo so, ma il suo maggiordomo sì. Mi ha prenotato il volo».
«Forse avresti dovuto dirglielo».
«Forse avrebbe potuto darmi notizie».
«Non-»
Shaina le agita una mano davanti al viso.
«Non difenderla» le intima, la sua voce è più fredda del solito, ma il cavaliere dell'aquila pare non farci caso «Come mai non indossi la maschera?»
Marin scuote le spalle.
«Ci sono solo donne qui. E Ioria» risponde, come se fosse ovvio.
«Davvero, ti detesto».

È metà Febbraio quando Milo vede per la prima volta il viso di Shaina e il mondo inizia lentamente a precipitare, mentre cercano con pazienza di ricostruirlo dalle fondamenta. Comincia tutto per caso, con una discussione sul nuovo colore dello smalto di Shaina; iniziano sempre così quando si tratta di discutere, cominciando da quella che appare come una sciocchezza.
«Non capisco cosa c'entri il viola del mio smalto con il fatto che non ti piace la mia maschera».
«E io non capisco proprio cosa c'entri la tua maschera visto che mi sembra che in ogni caso sia qualcosa che togli molto volentieri. Davanti agli altri».
Shaina sbuffa.
«Ti sto fissando male. Molto».
«E lo saprei se non indossassi una maschera».
«Oh andiamo, sai perfettamente come funziona! Poi dovrei ucciderti».
Milo sorride, ma non c'è traccia di gioia sul suo viso; le si avvicina piano e le appoggia le mani ai lati del viso.
«Non necessariamente, e comunque non eri tu che dicevi che è un'usanza barbara?»
«E maschilista, e antiquata» conviene la sacerdotessa appoggiando le proprie mani su quelle del cavaliere d'oro.
La maschera scivola verso il basso senza opporre resistenza e si ritrova a traballare sul tavolo a faccia in giù, mentre Shaina sorride appena al ragazzo di fronte a lei.
«Come pensavo» celia Milo, accarezzandole una guancia.
«Cosa?»
«Sei bella come pensavo».
«Oh, al diavolo» scoppia a ridere Shaina «Sappi che sono ancora in tempo per scegliere se valga o meno la pena ucciderti».
Il cavaliere d'oro fa un passo indietro e alza le mani, come a indicare che non ha cattive intenzioni, quindi si appoggia al muro.
«Non posso credere che tu sia andata fino in Giappone solo per vederti rifiutare da quel moccioso!»
«Seiya non mi ha rifiutata, è in coma».
«E quindi? Conosce così bene la tua faccia che dovrebbe voler tornare anche solo per rivederla!»
«Mi stai adulando?» Shaina alza gli occhi al cielo e gli fa cenno di piantarla «Mi stai mettendo i brividi».
«Che antipatica» borbotta il ragazzo «Guarda che Seiya non ti vorrà mai se continui a trattare tutti così male».
«Non mi dire che ti sei offeso, perché non ci crederò nemmeno per un secondo» si interrompe per un istante e il suo sguardo si sposta sulla finestra aperta «E non sono più così sicura come prima, di quello che provo per lui».
Milo scuote le spalle, le si avvicina e si china lentamente su di lei, afferrandole con due dita una ciocca di capelli.
«Meglio per me» sussurra al suo orecchio.
Shaina reprime a fatica un brivido, allunga una mano e senza pensarci troppo si appoggia al costato del giovane, stringendo appena la sua maglietta scura, quindi solleva lo sguardo e i suoi occhi verdi brillano di qualcosa che assomiglia a una sfida.
«Decisamente».

Quello che accade nei giorni successivi, nelle settimane successive è quasi improvviso, un insieme irruento di nuove necessità che si fanno strada per venire in superficie, sensazioni mai provate in precedenza, ma non del tutto inattese. Niente di tutto quello che avviene risulta, infine, inaspettato, perché entrambi sono consapevoli che era solo questione di tempo prima che quello strano rapporto che stavano costruendo esplodesse.
Nessuno dei due si pente di niente.
Le mani di Milo sono grandi e ruvide, le mani di un ragazzo che è quasi un uomo o che forse lo è già diventato, troppo in fretta e troppo velocemente; non sono delicate e portano su di loro i segni di ogni battaglia che il cavaliere ha affrontato. Ciò nonostante cercano di essere gentili e la accarezzano come se avessero paura di spezzarla e Shaina si trattiene dal ridere perché è una Sacerdotessa Guerriera e non è fatta per essere rotta, tanto meno spezzata. Ma Milo la guarda come se non avesse mai visto niente di più bello in vita sua e lei decide che non importa di cosa abbia paura, va bene così; in fondo ha paura anche lei perché sente che il mondo sotto i suoi piedi sta cambiando. Non è solo le sensazione di stare scoprendo qualcosa di nuovo, mentre esplorano i propri corpi nudi davanti al fuoco in quell'edificio troppo freddo per una persona sola. È qualcosa di diverso, il mondo ha preso a girare troppo in fretta e sta urlando, e se fossero più attenti si accorgerebbero che qualcosa non va, ma sono entrambi troppo impegnati e non si accorgono della quiete improvvisa che sembra circondare il Santuario.
Solo quando arriva la tempesta iniziano a rendersi conto di avere vissuto in un limbo.
È il 21 di Marzo quando qualcuno cerca di rapire Saori, intrufolandosi nella sua villa poco fuori Atene; Ioria lo uccide, ma improvvisamente nessuno si sente più al sicuro.
Tre giorni dopo una serie di violenti maremoti provoca più di un milione di vittime; è il diciassettesimo compleanno di Shaina, e il cavaliere dell'Ofiuco non avrebbe mai pensato di trascorrerlo in quel modo, in piedi dietro la dea Atena, a discutere con i cavalieri d'oro un possibile piano d'azione, nel vano tentativo di capire quale sia la causa di quegli sconvolgimenti naturali.
Solo Milo se ne ricorda, quella sera, molto più tardi, e quando appoggia con dolcezza le sue labbra su quelle della Sacerdotessa, Shaina decide che dopotutto va bene anche così.
«Non ho niente altro da darti, perdonami» le dice, sorridendo appena.
«È più di quanto abbia mai avuto» risponde lei, circondandogli il collo con le braccia.

È Aprile che, invece di portare con sé la primavera, dà inizio alla sequenza di eventi che portano alla fine di ogni cosa. Ognuna delle loro illusioni viene infranta, assieme ai sogni e alle speranze di pace.
Una dopo l'altra le grandi potenze si risvegliano, prima Poseidone, poi, subito dopo, Ade; con loro si risvegliano anche i cavalieri dormienti, i grandi generali dei mari, i cavalieri sepolti nella terra umida del Santuario, e quelli dimenticati nella notte. Se qualcuno di loro si era illuso che la guerra fosse finita, si trova a venire riportato duramente alla realtà.
Accade tutto così velocemente che nessuno ha il tempo di fermarsi a pensare e in meno di una settimana si trovano a combattere due divinità e fermare due volte al distruzione del mondo. E quando tutto finisce e Atena torna sulla terra, Shaina capisce che non le è rimasto più niente.
Ai suoi piedi c'è il corpo inerme di Seiya, la cui sopravvivenza è incerta, in bilico tra la vita e la morte, con una ferita nel petto che porterebbe chiunque a perdere ogni speranza; di fianco a lui ci sono così tante persone che il cavaliere dell'Ofiuco sente di essere di troppo, non è il suo posto quello.
Di Milo, invece, non rimane più niente, solo un'armatura scintillante chiusa una scatola d'oro, impossibile da aprire per chiunque non sia prescelto dalla dea. Nessun corpo da piangere, nessuna ultima parola, nessun saluto, a Shaina, ancora una volta, non rimane nulla e si ritrova a stringere i pugni vuoti, conficcandosi le unghie nella carne fino a sentire il sangue scivolare tra le dita.
Le hanno detto che il bagliore creato dall'unione del cosmo dei dodici cavalieri d'oro ha illuminato le tenebre del Tartaro come se il sole fosse improvvisamente riuscito a penetrare sottoterra, portando un raggio di luce accecante nell'oscurità della notte e illuminando a giorno quei luoghi bui, a indicare il cammino da intraprendere ai cavalieri sopravvissuti. Non le importa, non davvero. Non le interessa di nessuna luce, né ha rilevanza quale tipo di speranza possano avere lasciato dietro di loro con quell'ultimo sacrificio; ai suoi occhi è solo la morte che torna a strapparle dalle mani le persone che ha sempre amato, proprio come è sempre accaduto in passato.
Ancora una volta (come con Morgana, con Seiya, con Cassios) qualcuno le è stato sottratto senza possibilità di ritorno. Ancora una volta il suo amore è stato spinto verso un precipizio senza fondo e da lì è precipitato, perdendosi tra le ombre dell'abisso.
Di Milo non resta più niente, di Shaina rimangono i pezzi.

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