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Autrice: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: The things we lost in the fire
Fandom: Originale (Ocean High! Verse)
Genere: slice of life, angst, teenage drama
Warning: human!AU, modern!AU, highschool!AU, incest
Rating: sfw
Parole: 1810
Prompt: parole usate dal testo della M2 : mani spiaggia chinandosi braccia donna
Note: questa storia è stata scritta per la terza settimana del COW-T di Mari di Challenge, M2. Seguite l’avvincente storia d’amore tra Cozza e Scoglio, il tormentato amore a senso unico di Onda per Cozza, i drammi di Tesoro, alla ricerca di sé stesso, il rapporto morboso e al limite del consentito tra Mare e sua sorella Onda. Imparate ad amare con noi tutti i membri della Ocean High School di Laguna Bay!
Mare ha un disturbo Bordeline della personalità che qui non è ancora stato diagnosticato - also beware incest.
In questa storia: un approfondimento su Mare, che dopo gli eventi che lo hanno portato a praticamente urlare in faccia a Cozza che sua sorella la ama (pr fortuna Cozza è scema e non coglie) capisce che è il caso di cambiare le cose - e in questo caso per cose intende sé stesso. Almeno prima di perdere del tutto Onda.

The things we lost in the fire


Mare sa di avere moltissime cose per cui essere grato alla vita, anche se a volte è troppo arrabbiato per ammetterlo. La prima e la più importante di queste “cose” – che è così generico e così vago come termine, ma esprime bene la sua incapacità di quantificare e di essere specifico – è sua sorella: Onda.
Onda è il suo primo ricordo, e una piccola parte di lui spera che sarà anche l’ultimo.
Hanno quattro anni quando Ondine lo prende per mano e dopo averlo portato sulla spiaggia della villa lo aiuta a costruire un castello di sabbia; non ricorda perché, ma ancora oggi ricorda l’immensa tristezza che aveva accompagnato quel momento. Sua sorella non gli ha mai detto che quel giorno è stata la prima volta in cui qualcuno gli ha spiegato perché non avrebbe mai potuto sposarla.
Ha otto anni quando capisce che l’unico modo per vincere la vita è prenderla a pugni e Ondine gli dice ridendo che non ha capito niente e, Dio, la sua risata è così cristallina e pulita e leggera che Mare non la scorderà mai più. Ogni tanto la sogna ancora, ne sente l’eco quando fissa gli occhi tristi di sua sorella, quando la guarda osservare quella cessa di Cozza con la rassegnazione di chi ha rinunciato ad ogni prospettiva di felicità.
Ha tredici anni quando inizia a sentire i primi impulsi della pubertà, la necessità di toccarsi, la curiosità crescente nei confronti di un corpo femminile. Nessuno dei due sa se sia un male o bene la rispettiva presenza dell’altro, Onda sente lo sguardo di suo fratello su di sé e in parte ne è lusingata. Il brivido che sente è legato al fatto che tutto quel gioco di sguardi – Mare che la osserva cambiarsi dalla porta semi aperta della sua stanza, lo specchio del bagno che riflette i suoi seni acerbi alla figura nel corridoio – e di carezze appena accennate sia proibito. Perché sono consapevoli entrambi che sia sbagliato, che le pulsioni che provano e che iniziano a muoversi in loro andrebbero sfogate con qualcun altro, qualcuno che non ha il loro stesso sangue.
Ma Mare guarda Ondine e si vede riflesso nei suoi occhi, nei suoi lineamenti del viso, nei suoi capelli biondi.
Ricorda quel primo timido bacio, dato con la stessa foga e lo stesso imbarazzo che aveva giurato di lasciarsi alle spalle per diventare un uomo. Le mani sottili di Onda sulle sue spalle, le sue braccia impacciate ad accarezzarle la schiena, chinandosi leggermente verso di lei che ai suoi occhi era già donna e ancora bambina.
Erano così ingenui.
Erano così felici.
Le loro labbra si erano sfiorate appena quella volta e Mare lo aveva capito subito. Era stato come folgorato da quella consapevolezza: non avrebbe mai amato nessun’altra oltre a lei. Aveva visto riflesso negli occhi di Onda che per lei il mondo non girava nella stessa direzione e dentro di lui qualcosa si era spezzato.
Nello stesso infinito istante Mare Flow aveva amato e perduto e si era reso conto, a soli tredici anni, che non avrebbe mai potuto avere quello che desiderava più di ogni altra cosa. E non perché gli fosse impossibile avvicinarsi a Onda, lo sapeva già da allora che lei lo avrebbe lasciato fare, gli avrebbe concesso l’universo se avesse potuto. Perché Ondine era fatta così e, a modo suo, lo amava anche lei. Ma Mare sapeva che non sarebbe mai stata felice in quel modo e non avrebbe mai potuto accettare di essere la causa dell’infelicità di sua sorella.

Mare sa di avere moltissime cose per cui essere grato alla vita, anche se a volte è troppo arrabbiato per ammetterlo.
Il fatto di essere ancora vivo dovrebbe già essere una conquista e dovrebbe dargli da pensare; se è riuscito a sopravvivere per diciassette anni portandosi dentro questo oceano di rabbia e frustrazione, forse c’è una possibilità che riesca a continuare ad andare avanti. Sente lo sguardo ferito e mortificato di Onda su di sé e sa che in fondo è colpa sua, sa che è stato lui a spezzarla e a ferirla più di quanto non abbia potuto fare il rifiuto di Cozza.
Ne è consapevole e questo non lo aiuta.
Piove a dirotto il giorno in cui torna da uno psicologo. Una psicologa, quello precedente ha deciso che non ha intenzione di rivederlo – non che sia un paziente desiderato visto che l’ultima volta gli ha distrutto lo studio. La donna ha al massimo dieci anni più di lui e quando Mare le fa avere la sua cartella clinica si limita a sollevare un sopracciglio e a sbuffare leggermente.
«Quindi?» gli domanda con l’aria di chi non ha voglia di perdere tempo – e lui sembra proprio quel genere di cliente che ti fa perdere tutta la giornata e ti manda a casa con un occhio nero.
«Cosa?»
«Quindi perché sei qui?» domanda la Dottoressa Po «Sul fascicolo c’è scritto che l’ultima volta te ne sei andato dopo che ti hanno diagnosticato dei problemi con il controllo della rabbia – approssimativo. Hai anche distrutto lo studio del medico precedente».
«Era un cretino» ringhia Mare.
«Può essere, ma ancora non hai risposto».
Silenzio. Per qualche istante il Mare Flow non è sicuro di volergliela dare una risposta a quella domanda. In fondo lui sta pagando e potrebbe anche voler passare un’ora in silenzio a guardare una sconosciuta spezzando matite dalla frustrazione. Quella donna, quella sconosciuta non è nessuno; in realtà non è nemmeno certo che essere lì sia un’idea intelligente, per dirle cosa poi? Che è pazzo? Che dovrebbe essere rinchiuso da qualche parte? Che dovrebbe prendere sicuramente delle pillole che nessuno gli prescrive?
Il suo sguardo si perde oltre la grande finestra che si affaccia su Laguna Bay, si vede il mare e qualcosa dentro di lui si spezza, come quel giorno di tanti anni prima.
«Sono innamorato di mia sorella» mormora lentamente.
Aveva tredici anni quando ha deciso che nessuno gli avrebbe potuto dire chi o cosa essere, quando ha messo da parte le sue emozioni per essere un uomo – perché è questo che fa un uomo, è forte e si incazza, e spacca le cose e tira pugni al muro e in faccia alla gente. Perché parlare era una cosa da bambini e piangere era da femmine e lui non era nessuno dei due, era un uomo, a prescindere dall’età.
Aveva tredici anni quando ha deciso che non avrebbe più pianto e solo lui sa quante volte sia venuto meno a quella promessa, tra le braccia di Ondine, con il viso affondato nei suoi capelli e nel suo cuscino, stringendola a sé come se avesse paura di perderla, come se il mondo dovesse portargliela via. In ogni caso in presenza di estranei Mare non ha più pianto, nemmeno quando si è spaccato un ginocchio o quella volta in cui gli hanno aperto il braccio con un coltello a serramanico e è andato sangue ovunque.
Ora, a diciassette anni, di fronte a questa donna che non ha mai visto prima sente gli occhi bruciare. E lo sa perché, lo sa perfettamente dove sia il problema. Il problema è ammettere quella verità così scomoda, quell’amore che non dovrebbe provare, e ammetterlo a qualcuno che non è Onda, a una completa estranea che ora lo guarderà con quello sguardo disgustato che Mare sa di meritare. Perché come può essere altrimenti? Come potrebbe essere normale e non rivoltante per chiunque non sia uno dei due gemelli Flow?
La Dottoressa però non cambia espressione, nemmeno quando Mare inizia a piangere ed è un pianto silenzioso, carico di rabbia, di frustrazione e di disgusto e lei le vede tutte quelle emozioni, quel tumulto interiore che tormenta da chissà quanto tempo.
Sorride appena, e la sua espressione è completamente diversa da prima, così diversa che sembra di avere di fronte un’altra persona, qualcuno a cui i suoi problemi interessano. Ed è una novità perché Mare è cresciuto con la convinzione, la consapevolezza che a nessuno interessava di lui; non sa come prendere questa cosa, non sa nemmeno come definirla, perché lui è Mare e non è mai stato molto sveglio e spesso non trova le parole, né le sensazioni e non sa capire ciò che ha davanti, ma questa volta non serve essere un genio per capirlo.
«Dottoressa Po -»
«Chiamami Lena» lo interrompe con gentilezza «E, Mare, non è che avresti voglia di parlarmene?»
Annuisce, passandosi rudemente una mano sugli occhi e sospira piano.
«Allora iniziamo, parlami di Onda» chiede la donna «Parlami di tua sorella».

Mare sa di avere moltissime cose per cui essere grato alla vita, anche se a volte è troppo arrabbiato per ammetterlo. Ma questo non è il termine giusto. Mare sa di avere moltissime persone nella sua vita per cui essere grato, anche se a volte è troppo spaventato per ammetterlo.
Lena lo guida attraverso un abisso di pensieri sconclusionati e contorti, aiutandolo a trovare le parole che aveva perduto, cercando di indirizzarlo su una nuova strada, che magari non sarà la strada giusta, ma è pur sempre un inizio e Dio solo sa quanto Mare abbia bisogno di ricominciare, di riprendere il fiato, di capire chi è. Stringe le mani a pugno – un’azione tanto familiare quanto odiosa, che così tante volte ha portato come unico risultato le grida disperate di sua sorella; non è una strada in discesa e non è una strada facile, ma forse è la strada migliore.
Quando torna a casa dopo la prima seduta Onda lo aspetta sui gradini di ingresso, sotto il portico di marmo bianco importato dall’Italia. Mare si chiede cosa abbia fatto nella sua vita – questa vita, qualsiasi vita – per meritarsi qualcuno come lei, qualcuno che sia sempre presente, che non gli serbi rancore, che sia lì ogni volta a medicare le sue ferite, ad avvolgerle in bende leggere depositandovi baci fugaci.
Si siede di fianco a lei, con gli occhi rossi e lo sguardo stanco, piegando il capo sulla sua spalla.
«Mi dispiace» mormora piano – e lo sa, lo sa che non è sufficiente, ma è più di quanto non abbia mai detto e per Onda, al momento, va bene così.
Allunga una mano e le sue dita sottili e candide stringono quelle di Mare, e sono così calde, così gentili e Mare sente che potrebbe piangere di nuovo.
«Non sono sicuro di poterlo fare da solo» le dice e Onda annuisce.
«Va bene così» risponde e il suo sorriso è sincero (è un riflesso, e l’eco di una risata antica rimbomba nella testa di suo fratello) «Va bene così, Mare. Perché non sei solo».
Chiude gli occhi, il capo ancora appoggiato sulla spalla di sua sorella; in lontananza, dalla spiaggia, arriva l’eco di una canzone pop che conoscono entrambi.
Forse può crederci davvero, pensa, forse va davvero bene così.

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