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Autrice: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: Made of magic, made of water - Capitolo 2
Fandom: One Piece
Characters: Bartolomeo, Rebecca, Cavendish, Alvida, Bonney, Drake, Kidd, Hawkins
Warning: threesome, demons, modern!AU, demon!AU, gore, lots of blood
Genere: commedy, horror, mistery, thriller, romance
Rating: NSFW
Parole: 10,068
Prompt: Sorpresa, Pericolo
Note: questa storia è stata scritta per la prima challenge della quarta settimana del Cow-T #6 indetto da Mari di Challenge.


Non era così che sarebbe dovuta andare, dannazione.
La situazione gli stava sfuggendo di mano.
Si tirò il cappuccio scuro sopra la testa ed entrò nel granaio abbandonato, ringhiando come un cane a cui hanno strappato l'osso.
«Sei impazzito?» sibilò con rabbia verso il fondo buio del fienile.
«Stai buono moccioso, cosa pensavi che facessi?»
«Ti ho detto di distruggere le prove dopo avere consumato la sua anima, non di uccidere quattro persone!»
Moloch scoppiò in una risata cavernosa, avvicinandosi di un passo e lasciando che la luce della luna, che filtrava fioca dalle fessure tra le assi del tetto, illuminasse il suo corpo rotondo, il suo viso grassoccio coperto da una barba folta e scura era piegato in una smorfia divertita, mentre gli occhi brillavano di riflessi scarlatti. Le ombre sembravano avvolgerlo come in un abbraccio, allontanandosi dalla luce e cercando di inghiottirla, pareva quasi che fosse Moloch stesso a produrre l'oscurità.
«Nessuno dice a Moloch cosa fare, moccioso»
«Senti, vecchio Barbanera, sei legato a me, ricordi? Ho sempre la chiave di Tiamat» sorrise sornione l'uomo sotto al cappuccio, lasciando intravedere un amuleto rotondo che portava appeso al collo.
«Ti ho già detto di non agitarla troppo, ragazzino, non hai idea di cosa tu abbia per le mani».
«Se non vuoi che la agiti forse faresti meglio a controllarti».
«Tu hai detto di eliminare le prove e io l'ho fatto, non volevi che ci fossero altre vittime? Vatteli a bruciare da solo i cadaveri la prossima volta».
Dal cappuccio emerse un gemito insoddisfatto e l'uomo di accese lentamente una sigaretta.
«Potrebbero non esserci più vittime se non facciamo attenzione».
«Ci saranno» rispose Moloch, scoppiando a ridere «Eccome se ci saranno».

«Mi serve una torta al cioccolato ripiena di crema, marmellata di lamponi e decorata con scaglie di cioccolato bianco, marshmallow e glassa rosa confetto; una testa di gobl-  lasciamo stare, una testa di capra andrà benissimo e per concludere una mazza ferrata sporca di sangue».
Rebecca si massaggiò le tempie con un movimento circolare, ispirando con regolarità.
«Passi la torta, ma il resto? Il resto dove lo trovo?»
Bartolomeo agitò una mano, cercando di attirare la loro attenzione.
«Se ordiniamo oggi su ebay questa mazza ferrata dovrebbe arrivare entro una settimana, figo, no?»
«Stai scherzando spero, non sai mica di cosa sia fatta. È roba da poveri, si vede lontano un miglio. Ho già capito che dovrò farlo tutto io il lavoro, però vi avviso se mi si sporcano i vestiti non vi aiuterò mai più a fare niente».
«Forse, William, se non ti vestissi sempre di bianco, si sporcherebbero meno» gli fece notare Rebecca, staccando senza fare complimenti la spina del fisso di Bartolomeo che si spense con un gemito sordo.
«No, il mio raid!» gemette il giovane, accasciandosi sulla tastiera, sconsolato.
«Il tuo raid aspetterà finché non risolviamo il caso, si può sapere che problemi hanno le tue priorità?»
«Che noia Bec» fece eco Cavendish, facendo apparire da chissà dove una pelliccia «Io vado, ci vediamo quando torno con la capra e tutto il resto. Ah, solo perché lo sappiate, non è proprio un'idea geniale evocarli qui, potrebbero non prenderla benissimo, quindi, nella vostra inutilità, vedete di trovare un posto più grande».
Quindi uscì, piazzandosi un paio di occhiali da sole gialli a forma di stella sugli occhi e sbattendo la porta dietro di sé.
«Ripensandoci, vedi se su google c'è un modo per ammazzarlo nel sonno» berciò Rebecca andando a prendere il cellulare «Io intanto chiamo mio nonno e vedo se possiamo utilizzare un’ala della villa»

La macchina nera si fermò proprio di fronte alla stazione di polizia.
«Hai intenzione di scendere?» disse l'uomo dietro al volante togliendosi gli occhiali scuri e riponendoli in una custodia estratta da una tasca.
«Re di spade» rispose l'altro individuo seduto al posto del passeggero, sollevando una carta dal mazzo che teneva in mano e riponendola sul cruscotto.
«Non iniziare».
«L'appeso» continuò l'altro senza dargli retta.
Il guidatore roteò gli occhi verso il cielo e si sporse verso i sedili posteriori nel tentativo di recuperare il cappotto.
«Quante ne devi estrarre?» domandò fissandolo con aria scettica.
«Cinque, non mi distrarre. Il Folle» continuò il suo compare, appoggiando la carta scoperta vicino alla precedente «La Luna, il Mag- Oh, capisco».
«Cosa capisci? Santissimo cielo, ogni tanto mi domando se ti droghi» replicò il suo collega massaggiandosi le tempie «Hai finito?»
«Era una battuta? Sai che non apprezzo le battute».
«Ti prego, muoviti».
«Pesca tre carte» continuò l'altro senza smettere di ignorarlo.
Il conducente sollevo di nuovo gli occhi verso l'alto, domandandosi cosa mai avesse fatto di male per meritarsi tutto ciò, quindi fece come gli era stato domandato piazzandole subito sotto alle tre estratte dal collega.
«Ora possiamo andare?»
«Capisco...»
«Cosa? Cosa capisci?»
Il suo compagno allungò un dito e indicò la prima carta.
«Questo sei tu, rappresenta il tuo presente» quindi lo spostò lentamente verso le altre due «Queste rappresentano il futuro».
L'uomo aprì la portiera, scrollando le spalle con indifferenza, fece il giro della macchina e aiutò il compagno ad uscire, con la consapevolezza che altrimenti sarebbero rimasti lì un'altra mezz'ora.
«Ok, e sono delle buone carte?» domandò chiudendo l'auto.
Il suo collega non rispose, ripensando alle figure poste di fronte fino a pochi secondi prima.
«La Papessa, gli Amanti… la Morte».
«Cominciamo bene...»

Capitolo Secondo


La villa dei Dold era una dimora di eccezionale bellezza.
La famiglia viveva a Dressrosa da più di dieci generazioni ed aveva sempre mantenuto un ruolo di spicco nell'organizzazione della vita cittadina. I Dold erano stati governatori, sindaci e prelati, estendendo la loro giurisdizione in ogni area e distinguendosi per un governo spesso retto e in difesa del cittadino.
Era stato solo di recente che il nonno di Rebecca, Riku, aveva deposto le chiavi della città, dopo avere perso le elezioni sconfitto da un candidato molto più giovane e, apparentemente, amato dai suoi concittadini che avevano sentito la necessità di un cambiamento; così l'uomo aveva passato il ruolo di Sindaco al giovane (almeno rispetto a lui) Donquijote Doflamingo e si era ritirato a vita privata.
«Finalmente una casa decente. Perché non vivi qui, mi domando io, invece che in quel puzzolente appartamento da pezzenti?»
«Perché non mi va di vivere con la mia famiglia» sibilò Rebecca, spingendo il pulsante per l'apertura del cancello «Lo faresti anche tu se li conoscessi».
«Non mi serve conoscerli, ma avresti almeno potuto farti comprare uno stato, una villa, perché quell'appartamento?»
«Era di mia madre» rispose la ragazza ingranando la prima ed entrando nel vialetto di ingresso.
Le ruote della macchina scricchiolarono con grazia sopra il graticcio di ghiaia e sassolini, mentre la vettura bianca procedeva a ritmo regolare; si fermò di fronte alla dependance che suo padre le faceva preparare ogni volta che sapeva sarebbe venuta a trovarlo.
«Quando mia madre è morta la mia famiglia è diventata piuttosto invadente, hanno iniziato a riempirmi di attenzioni e a starmi addosso finché non è stato chiaro che in questo modo non mi stavano di certo aiutando. Mia zia ha cercato di fare del suo meglio per starmi vicina, ma lavora in comune ed è spesso occupata con il sindaco e la sua cricca, mentre mio padre, beh, mio padre ha riversato tutto il suo affetto e il suo dolore sulla mia persona, cercando di fare del suo meglio».
«Umani» borbottò Cavendish aprendo il bagagliaio e tirando fuori una grossa sacca dall'aspetto sformato.
«Beh, ma Kyros voleva solo starti vicino, sai che non è mai stato molto in grado di esprimere al meglio i suoi sentimenti» fece notare Bartolomeo, cercando con attenzione di non rovesciare la torta che teneva in mano.
«Lo so, lo so ed è stato bravissimo a crescermi da sola, ma questo non toglie che io abbia sentito la necessità di andare a vivere per conto mio».
«Beh, lasciatelo dire, cocca, non sei andata molto lontana e ti sei ritrovata questo impiastro tra le gambe, quindi non so proprio se ti sia convenuto».
«Tecnicamente parlando» commentò Barto, tirandogli un pizzicotto su una chiappa «Ero già tra le sue gambe da ben prima che andasse a vivere da sola».
Rebecca scoppiò a ridere, senza trovare la forza di rimproverarli, li fece entrare, raccomandandosi con William infinite volte (“Aspettatemi”, “Possiamo stare quanto vogliamo”, “No, non puoi rubare niente”, “Non puoi nemmeno scrivere con il rossetto sugli specchi”, “Non sporcare i tappeti di sangue”) per poi andare a salutare suo padre.
«Quindi, fammi capire» cominciò Barto non appena la porta si chiuse alle spalle della sua ragazza «Come facciamo a sapere che non ci uccideranno nel momento stesso in cui li evochiamo?»
«Non lo sappiamo, o meglio, non credo proprio che Abaddon farà altro che non sia mangiarsi la torta – e non che sia una critica, lo farei anche io se poi non mi finisse tutta sui fianchi. Per quanto riguarda mia zia e Angie, beh non saprei proprio come potrebbero reagire, ma non preoccuparti, ciccio, ci sono io a proteggere il tuo bel culetto».
«Non dirlo mai più» borbottò Bartolomeo trattenendo a stento una risata «Non qui».
«Beh in ogni caso nessuno di loro farà niente a nessuno di voi. L'ho già detto, siete i miei umani e solo io posso molestarvi. Non è un concetto complicato».
«Speriamo non lo sia nemmeno per loro» borbottò il giovane arrotolando il tappeto del salone principale e spostandolo verso la sala da pranzo, quindi prese a spostare i mobili verso i lati della stanza.
«Dobbiamo proprio aspettarla?»
«Se pensi che i tuoi amichetti non siano già presi abbastanza male per essere stati evocati in questo posto del cavolo e che non le tranceranno la gola non appena entrerà da quella porta, allora iniziamo pure».
Silenzio.
«Facciamo che aspettare».
«Immaginavo».
Come ogni volta metteva piede in quella casa dall'aria antica e i mobili troppo preziosi, Rebecca non riuscì a liberarsi dalla presa della sua famiglia prima di un'ora abbondante. Era sempre così, alla fine, anche se oramai era una donna adulta ed indipendente, per i suoi rimaneva sempre una bambina, che a tratti era piacevole: la coccolavano, la riempivano di attenzioni, di piccoli regali, la stordivano con le parole e la ubriacavano di affetto. Ma in quel frangente? In attesa di evocare tre demoni nel suo salotto? Beh, forse non era esattamente la cosa più appropriata.
«Spero che abbiate già preparato tutto, ma, vi prego, ditemi che non avete sparso il sangue sul parquet» domandò entrando e chiudendosi con delicatezza la porta alle spalle «Costa duecento dollari al metro quadrato e non avete idea di quanto sia difficile pulire il sangue senza lasciare tracce».
Cinque teste si girarono contemporaneamente nella sua direzione, fissandola con aria sconvolta.
«Pulire cosa?» domandò Bartolomeo, per poi correggersi subito dopo «Comunque non dare di matto».
Rebecca sollevò piano lo sguardo e i suoi occhi si incrociarono con quelli di Bartolomeo per alcuni secondi, quindi appoggiò due grossi pacchi su una sedia, un vassoio di dolci sopra una cassettiera e si rigirò guardando fisso Cavendish.
«Siete morti».
Una giovane dai lunghi capelli color Big Babol e le unghie laccate color rosa shocking, seduta sul bordo del tavolo di cristallo e intenta a mangiarsi la torta, la osservò per curiosità per un lungo momento.
«Oh, che biscottina, mi piacciono i tuoi capelli…» quindi si interruppe per un secondo e prese a indicare i pasticcini che la giovane aveva portato con sé «Che quelli li mangi?»
Rebecca scosse il capo, riprendendo il vassoio e porgendoglielo con i modi educati di una giovane dell'alta società, gesto che fece leggermente storcere il naso a Cavendish – a lui non passava mai niente così gentilmente, cos'erano quei favoritismi? Una volta soddisfatta la golosità della sconosciuta, che si rivelò felice solo quando la padrona di casa si rassegnò a lasciarle l'intero vassoio, Rebecca si girò verso il resto dei presenti per fissare con aria severa William e Barto.
«Mi avevate promesso» borbottò profondamente irritata, avanzando verso di loro «Che mi avreste aspettato per l'evocazione!»
«Porco Dio! Sta squinzia puzza di schifo e magia nera peggio di Salem la notte dei morti» esclamò un giovane dai capelli rossi.
«Via, via, Kiddo, più garbato, è la nostra ospite, prima ascoltiamo cos'ha da dirci mio nipote, poi, nel caso, puoi bere il loro sangue»
«Grazie, Baal, sempre la solita fottuta guastafeste».
«Alvida. Ho detto di chiamarmi Alvida» sibilò il demone, tirando uno scappellotto al colosso al suo fianco.
«Zia, Angra Mainyu, Abaddon, è sempre bello vedervi» celiò William giulivo.
«Finiscila con i convenevoli, hai detto che era una cosa importante e quindi non ho dato fuoco ai mobili, vedi di parlare che sto già perdendo la pazienza, Astaroth».
Rebecca indietreggiò di un passo, prendendo finalmente consapevolezza della situazione in cui si trovava e di cosa avesse appena interrotto; non che questo avrebbe risparmiato a quei due cerebrolesi una lavata di capo, sempre se fossero sopravvissuti. Osservò con attenzione il trio che si parava di fronte ai suoi occhi: delle due donne, quella con i capelli rosa era troppo impegnata a mangiare per dare loro retta, mentre la mora fissava William come se avesse potuto incenerirlo da un momento all'altro, e probabilmente era così. Il giovane, se così si poteva definire, aveva le stesse dimensioni di un piccolo armadio: spalle larghe e capelli rossi, una lunga cicatrice gli percorreva l'occhio sinistro e parzialmente anche il collo e il torace sul medesimo lato.
«Ti vuoi spicciare, faccia di cazzo? O giuro che questa volta le tue merdose rose le brucio tutte!»
«Ah-Ah! Sapevo che eri stato tu!»
«William, concentrati, santo cielo!» sbottò Bartolomeo, massaggiandosi una tempia e afferrando Rebecca per un polso per avvicinarla a sé.
«Stai zitto, Barto».
«State zitti tutti!» gridò la donna chiamata Alvida, i suoi capelli scuri si sollevarono in onde serpentine ai lati del suo capo e ad ogni parola un nugolo di mosche usciva dalla sua bocca.
«Figa, Bel, sto mangiando! E che merda!»
«Tu stai sempre mangiando, Abaddon. E ho già detto di chiamarmi Alvida» borbottò il demone, agitando vagamente la mano e scacciando verso la finestra gli insetti più fastidiosi.
«Tu non mi chiami Bonney, però» si lamentò la più giovane con aria affranta, addentando un altro pasticcino.
«Perché non è un nome molto demoniaco» intervenne Cavendish «E comunque vi ricordo che non siamo qui a discutere di come volete farvi chiamare, bensì-»
«Di Moloch! Siete qui per Moloch!» sbraitò Rebecca esasperata «Oh santi numi, ci voleva tanto a dirlo? Non siamo mica tutti immortali qui».
Silenzio.
L'aria si fece improvvisamente pesante, come congelata in un blocco pesante, nessuno osava fiatare e fu dopo quelli che parvero infiniti minuti di silenzio che Cavendish, scrollate le spalle, disse:
«Oh, beh, dopotutto se non fossi intervenuta tu il rituale di comunicazione avrebbe previsto altre tre ore di battibecchi. Meglio così».
«TRE ORE?» si lamentò Rebecca, questo non glielo aveva mica detto quando si era messo a descrivere loro il rituale.
«MOLOCH?» domandarono in coro i tre demoni di fronte a lui.
«Ma non era morto?» chiese Angra Mainyu.
«Ti ricordi una festa per la sua dipartita, Kiddo? No, quindi non è morto. È sempre in mezzo al cazzo. Sempre. In. Mezzo».
«Shi, ma» iniziò Abaddon senza mai smettere di masticare «Luci lo sa? No perché secondo me un poco il cazzo je girerebbe a saperlo».
«Non credo che lo sappia, no» Cavendish ci pensò su per qualche istante prima di scuotere con decisione il capo «Avrebbe mandato Mikki a controllare».
«E non potevi chiamare lui?» domandò sua Alvida con profonda irritazione.
«William se ci hai fatto evocare i demoni sbagliati giuro che è la volta che ti costringo ad andare dal parrucchiere di Bartolomeo» sibilò Rebecca, tamburellando le dita sulla superficie del tavolo a cui era appoggiata.
«Non oseresti! E comunque ovviamente non avrei potuto, prima di tutto con quale potere? Qua abbiamo residui di magia, ma nessun vero mago, e in secondo luogo Mikki mi avrebbe aperto in due – me e non gli umani perché lo sappiamo tutti che mi odia, sono sicuro sia perché non gli piacciono le mie rose. Comunque no, ho chiamato voi perché vorrei una mano».
Silenzio.
«Sei sicuro di stare bene? Questi umani ti hanno fatto qualcosa? Hai di nuovo mangiato carne di bambino avariata – so che sei diventato vegetariano, ma non si sa mai? O magari sei ammalato, oddio… non dirmi che sei di nuovo caduto in depressione, l’ultima volta -»
«La prego» la interruppe Rebecca, passandosi una mano sulle tempie «Davvero non voglio spere cosa abbia fatto questo spostato l’ultima volta che è caduto in depressione. Come minimo è colpa sua se esistono gli svarosky».
«Come fai a saperlo?» William applaudì leggermente, tutto tronfio per quella che ricordava essere stata una delle invenzioni migliori della sua esistenza «In ogni caso no. Non sono depresso, zia, grazie, sto benissimo, nonostante l’appartamento mediocre e il cibo scadente. Il problema è che Moloch ha pensato bene di prendere di mira i miei umani e a me questa cosa non va giù. Tanto più che sta rompendo tutte le regole di contatto con la superficie, uccidendo persone a caso, facendo esplodere cadaveri e impossessandosi di anime senza contratto».
«Dio pezzente, che minchia vuoi che me ne fotta del cazzo che fa quel figlio di troia!?» Angra Mayniu esplose in una sequenza di bestemmie ed altri insulti variegati all’indirizzo dei presenti e degli assenti «Se quel figlio di cagna crea cazzi chiama chi se ne occupa e fallo sbattere da qualche parte. Non sono problemi miei e non ne voglio sapere una funcia di minchia».
Rebecca emise un rantolo vago, quindi fece un passo avanti, agitando le braccia, come ad imporre a tutti di calmarsi.
«La vogliamo finire?» sibilò, in un tono che andava in crescendo «Ne ho basta. Tu impara a parlare decentemente se vuoi rimanere qui, e tu» borbottò questa volta rivolgendosi a Cavendish «Finiscila di fare il mentecatto, o giuro su tutto ciò che posseggo ti viviseziono in chiesa».
«Mi piace tanto, posso tenerla?» domandò Abaddon, comparendole alle spalle e passandole un braccio attorno alla vita, quindi appoggiò il capo tra il suo collo e la spalla e fissò Cavendish.
«In realtà piace anche a me» ammise il demone dai capelli rossi «Ha fegato per essere un’umana».
«Okay, okay. Il punto è questo. Moloch sta rompendo ogni regola e non è solo una questione della buona reputazione di un patto con un demone, è principalmente un come dire… un’occasione per vendicarsi di secoli e secoli di tentativi di omicidio e attentati alle nostre vite. E davvero, davvero, davvero, non voglio che uccida i miei umani. Oh, e Bal, è stato lui a mandare a monte il tuo matrimonio mettendo in giro le foto del periodo Babilonese… sai quando eri grassa?»
«Prego?»
«E comunque che vorresti fare? Andiamo a fracassargli le ossa?»
«No, Wrath, finiscila. Il problema principale è capire dove sia, ha di sicuro un patto di qualche genere con un umano, ma non sappiamo chi sia e in ogni caso dobbiamo trovarlo. Ma io ve lo dico, qualcosa di strano sta succedendo in questo posto, qualcosa di molto strano».
«Questo è indubbio» concordò Baal avvicinandosi a Rebecca e sollevando una ciocca di capelli «Strane forze si muovono per le strade di questa città, credi che non è solo questa ragazza a puzzare di magia nera. Ogni cosa qui odora di marcio e morte… e apocalisse».
«What a time to be alive!» celiò Bartolomeo.
«Eh? No, lascia stare, se è un’altra delle tue citazioni non lo voglio sapere. In ogni caso zia, penso sia il caso di buttare un occhio non credi? E se proprio vediamo che la situazione precipita TU puoi sempre chiamare Azazel».
«Molto bene, ma vediamo di definire alcune cose prima» sua zia sollevò una mano e iniziò a contare «Prima di tutto, niente nomi propri, se mi chiamaste Baal o Envy la gente si girerebbe a guardarvi come se foste deficienti. È già tanto se non ci bruciano più sul rogo. Quindi mi farete il santo favore di chiamarmi Alvida -»
«Oh, oh! Io invece di Gluttony vorrei essere Jewelry Bonney, non è un nome carino? Ci pensavo giusto la settimana scorsa, o forse era il secolo scorso… è tutto un po’ confuso. Comunque c’è stato un periodo in cui mi piaceva usarlo quando giravo per mare ad ammazzare gente».
«Figata che tempi quelli! Allora voglio essere di nuovo Eustass Kidd, non ci sono cazzi».
«Avete finito di interrompermi, pezzenti?» chiese Alvida tamburellando nervosamente le dita sulla superfice del tavolo «La seconda cosa, magia ridotta al minimo, quindi niente cose strane, niente spostamenti via possessione, niente elettricità statica o scosse o levitazione, né occhi di colori strani. Sono stata chiara? Non vogliamo attirare l’attenzione, siamo noi che cerchiamo lui, non viceversa. Terzo, non si nomina mai il suo nome, se l’incantesimo di tracciamento è ancora attivo si accorgerebbe sicuramente che qualcuno nel raggio di cinquanta chilometri sta parlando di lui e non è stupido, si insospettirebbe. Quarto, voglio un alloggio decente e non ho intenzione di dividerlo con quei due» concluse indicando Kidd e Bonney con aria fortemente schifata, principalmente in virtù della consapevolezza di come quei due vivessero allo stato brado.

L’FBI non si scomodava certo per casi come quello, almeno non di solito; una serie di omicidi in una cittadina mediamente tranquilla come Dressrosa non scatenava nei media lo scalpore che avrebbe scatenato altrove. Parzialmente la causa di questa tranquillità mediatica era stato il sindaco, Donquijote, che aveva tirato i fili in modo che le notizie venissero edulcorate a dovere, in modo tale da non attirare l’attenzione.
Certo era che nemmeno lui, con tutti i suoi soldi e il suo potere, poteva evitare che un’esplosione di quelle dimensioni, che aveva spazzato via parte del corpo di polizia della città carbonizzandone i cadaveri, non attirasse l’attenzione. I due agenti dell’FBI che si erano presentati in città e successivamente al comune, erano due sbandanti, o almeno così li aveva classificati il sindaco. Troppo alti, per i suoi gusti, e sicuramente troppo fuori dagli schemi, sembravano persone in grado di pensare e questo a Donqijiote non era mai piaciuto, non quando si trattava di individui che avrebbero potuto iniziare a fare domande e a ficcare il naso.
Il più grosso dei due aveva l’aria di chi ne ha abbastanza, di chi crede solo a ciò che si trova davanti agli occhi, ma non si ferma finché non ha portato a termine ciò che deve fare; i capelli rossicci e le efelidi sul viso contribuivano a dargli un’aria Europea che al sindaco ricordava troppo paesi con cui non era rimasto proprio proprio in buoni rapporti in passato. Ma cerco di soprassedere mentre stringeva la mano di quel tale, un certo Francis Drake, un nome antiquato e altisonante per un semplice agente dell’FBI.
Il suo collega appariva più interessante, alto ed eccessivamente magro, aveva un’aura strana, almeno per Donflamingo che basava i suoi giudizi sugli estranei al 90% sulle loro auree, ci avevano provato a dirgli che non era un gran metodo di giudizio, e lui se ne era ampiamente sbattuto le palle. Basil Hawkins aveva lo sguardo spento di chi non ha alcun interesse per ciò che lo circonda, ma ogni cosa nel linguaggio del suo corpo urlava come stesse prestando attenzione all’ambiente che aveva attorno.
Non aveva ben chiaro, non ancora, chi dei due fosse quello che avrebbe posto il pericolo maggiore per la sua persona, ma Donquijote decise in ogni caso di indirizzarli verso l’obitorio, fece chiamare la testimone e decise di lavarsene le mani come meglio poteva.
«Quello che non riesco a spiegarmi» cominciò Drake, fissando con la fronte aggrottata i corpi distesi sul tavolo «È come sia potuto accadere».
Rebecca scosse il capo, seduta in un angolo; era il suo lavoro, ma lei quei corpi non li voleva nemmeno vedere, figurarsi poi toccarli, aprirli ed esaminare quello che ne restava. Era davvero necessario? Era chiaro quale fosse stata la causa della morte e al momento non riusciva a smettere di sovrapporre quegli arti privi di vita ai volti delle persone che aveva conosciuto, che le erano state amiche.
«Non lo so» singhiozzò appena, sentendo montare un senso di colpa che tra lo stress e l’evocazione era rimasto in sospeso, aspettando il momento migliore per uscire allo scoperto e pugnalarla alle spalle «Avrei dovuto esserci anche io, ma ho avuto un contrattempo e sono rimasta a casa più a lungo del solito e io non -»
L’agente le mise una mano sulla spalla, sorridendole appena.
«Non è colpa tua, Rebecca. Posso darti del tu?» la giovane annuì con poca convinzione, senza riuscire a vedere bene da dietro al velo opaco delle lacrime che le riempivano gli occhi, minacciando di cadere da un momento all’altro «Non è stata colpa tua e so che la reazione dei sopravvissuti è spesso quella di sentirsi in colpa per non essere morti, ma non credo che loro lo avrebbero voluto».
«Brillante, Drake» commento il suo collega dal lato opposto della stanza «Davvero. I morti non vogliono morire».
«Basil, sta zitto».
«Qual è stato l’epicentro dell’esplosione?» domandò ancora l’agente biondo, ignorando completamente sia il collega che le lacrime della giovane anatomopatologa.
Non lo pagavano per essere gentile, né per avere tatto, lo pagavano per risolvere crimini, se poi si trattava di crimini legati in qualche modo alla sfera soprannaturale, beh, Hawkings era l’uomo perfetto. Lui e Drake non erano stati appaiati per caso, qualcuno ai piani alti aveva deciso che la lucida capacità di ragionamento di entrambi, ancorata in mondo diversi e frutto di esperienze di vita differenti, avrebbe giovato al fine di realizzare un obiettivo comune: risolvere omicidi. E fino a quel momento era andata benissimo, perché i casi che erano stati loro affidati li avevano risolti tutti, anche se Francis si ostinava a sostenere che ci erano riusciti solo grazie a un procedimento metodico di raccolta delle prove e analisi dei fatti. Basil non si era mai curato di contraddirlo, principalmente perché non gli importava un fico secco di ciò in cui credeva il suo collega, l’unica cosa che aveva davvero importanza era che il loro metodo funzionasse.
«La vittima del caso su cui stavamo lavorando, era anche la mia segretaria» mormorò piano Rebecca, ripensando alla morte orribile che aveva fatto la povera BabyFive.
«Il cadavere? È stato cosa? Riempito di esplosivo e fatto saltare in aria a distanza?»
«Non ne ho idea».
«Improbabile, Francis» gli fece notare il suo collega «Se si fosse trattato di esplosivo-»
«Ci sarebbero segni di bruciature per tutta la stanza, lo so, lo so. Non prendermi per un idiota, Basil, trovami una spiegazione per quello che è successo».
«Al momento non ne ho una».
Rebecca si passò una mano davanti agli occhi, incapace di trattenere le lacrime un momento di più. Nella sua testa rimbombavano in continuazione le voci dei morti, Ideo che la salutava la mattina, porgendole una tazza di caffè caldo e ridendo delle sue lamentele su Bartolomeo, BabyFive che le sorrideva raccontandole di quel ragazzo che aveva conosciuto per caso – e lei ne era certa era il nuovo amore della sua vita.
Non era sicura di potercela fare, e come avrebbe potuto? Era solo umana, dopotutto, le era impossibile spiegare come un demone millenario avesse deciso per qualche arcano motivo di trasferirsi proprio lì a devastare le loro vite. Singhiozzò.
La porta dell’obitorio si aprì con un tonfo e un tornado in shorts di jeans e giacca di pelle nera si fece largo nella stanza, senza complimenti, senza chiedere permesso – erano secoli che non chiedeva più il permesso a nessuno e non avrebbe di certo ripreso a farlo con dei miseri umani. Fece scoppiare una gigantesca bolla rosa, dello stesso colore dei suoi capelli e si precipitò su Rebecca, abbracciandola come se non la vedesse da una vita intera.
«Sapevo che ti avrei trovato qui!» celiò Bonney con aria fintamente affranta, che avrebbe funzionato molto meglio senza quella nota giuliva nella voce «Non dovresti proprio essere qui, il medico ha detto che sarebbe stato stressante per la tua cosa. Testa. Psiche. Si chiama psiche vero?» chiese quindi girandosi verso i due individui vestiti in giacca e cravatta.
Noiosi.
«È in corso un’indagine di polizia, signorina. Non può stare qui» uno dei due, un energumeno dai capelli color carota e una cicatrice cretina sul mento le si avvicinò fino a sfiorarle la giacca con una mano e Bonney sollevò appena un sopracciglio come a sfidarlo a toccarla.
«Sa chi altro non dovrebbe starci qui?» chiese, ritirandosi in piedi e puntandogli un dito contro il petto, la sua unghia smaltata di bianco a scontrarsi contro la cravatta scura «Rebecca. E sa perché? Traumi, o qualche altra stronzata, non sono molto sicura, non ascolto sempre tutto quello che viene detto. Ma in ogni caso ora me la porto via e se proprio ci tiene a parlarle lo faccia in un posto un po’ più sicuro».
«Sicuro rispetto a cosa?» domandò con voce funerea il secondo uomo, questa volta magro e slavato con dei capelli troppo lunghi e troppo biondi.
«Sicuro rispetto a un cazzo di posto dove la gente esplode. Tipo una chiesa, tipo quel posto dentro i fermi della polizia dove ci stanno le croci».
«Bonney» la ammonì con delicatezza Rebecca, sfiorandole un braccio.
«No, che lasciami finire. Sto pozzo puzza di morte e di schifo, non so come si faccia a non sentirlo, che naso devi avere per non vedere quella roba lì?» sbotto indicando un angolo della sala autopsie. Un angolo vuoto.
«Andiamo, vieni» ordinò quindi a Rebecca, ignorando le sue proteste «Andiamo a comprare una ciambella».
Si girò solo una volta prima di inforcare la porta con foga, con uno sguardo fugace gettò un’ultima occhiata all’angolo della stanza, quindi a Drake. Poi uscì.
Basil rimase qualche istante a osservare l’ambiente circostante, indeciso su quale sarebbe dovuta essere la sua mossa successiva.
«Dillo, avanti, dillo, so che muori dalla voglia di dirlo».
«Secondo me c’è qualcosa di marcio qui a Dressrosa» si limitò a commentare «Non c’è traccia di polvere da sparo, né di esplosivi, i corpi sono puliti, come se fossero stati tranciati da una lama, ustionati come se fossero stati esposti a una temperatura troppo elevata perché rimanessero riconoscibili, eppure non c’è traccia di bruciature né di combustibile».
«Okay» borbottò Drake, senza sapere come ribattere, perché dopotutto non c’era niente che potesse ribattere.
«Qualcosa di soprannaturale sta accadendo in questa città».
«E l’hai detto, lo sapevo» Francis si lasciò cadere a sedere nella stessa sedia su cui era stata seduta Rebecca fino a un attimo prima «Sapevo che sarebbe accaduto, lo sapevo da quando ti sei messo a leggere quelle stupide carte e-»
Si interruppe, fissando stranito l’angolo vuoto precedentemente indicato da Bonney.
«Stai bene?» domandò Basil, alzando appena il capo dal braccio che aveva davanti a sé.
«Sì, sì, devo solo essere stato suggestionato dalle parole della tizia di prima perché per una frazione di secondo mi è sembrato di vedere qualcosa muoversi, contro quelle mattonelle laggiù» Drake sollevò appena una mano per poi portarle entrambe al viso a strofinarsi il viso.
Hawkings strabuzzo leggermente gli occhi, cercando di vedere qualcosa, qualsiasi cosa. Non c’era niente. Fece schioccare la lingua contro il palato in un verso di dissenso e allo stesso tempo di disapprovazione, quindi si sollevò e si mise a cercare qualcosa nella tasca interna della giacca. Trovò una sottile bustina di pelle grigia, logorata dal tempo e dall’uso continuo, e ne estrasse un paio di occhiali rotondi, vagamente demodé, decisamente anni novanta.
«Oh Santo Cielo» si lamentò Drake vedendoglieli estrarre.
Basil lo ignorò, inforcandoli con la stessa sicurezza con cui avrebbe inforcato degli occhiali da vista, cosa che ovviamente non erano. Erano appartenuti a suo nonno e, a voler essere precisi, non risalivano agli anni novanta, ma 1945 quando Archibald Hawkings li aveva recuperati in Europa, regalo di un anziano ebreo liberato da uno scantinato in cui aveva vissuto per cinque anni. Suo nonno li chiamava gli occhiali del Golem, perché a quanto gli era stato detto avevano il potere di mostrare sempre la verità – non una verità qualsiasi però, ma la verità intrinseca in tutte le cose, quelle verità che il semplice occhio umano non era in grado di vedere da solo, perché troppo limitato, perché troppo limitato dal mondo divino. Erano uno schermo, uno specchio che permetteva di vedere un frammento di Aleph, una parte di verità universale. Basil non ne aveva mai messo in dubbio l’utilità, né si era mai posto il problema di come funzionassero o di perché effettivamente fossero giunti fino a lui, fatto sta che ce li aveva e non utilizzarli sarebbe stato quantomeno sciocco o sconsiderato, persino pericoloso.
Sollevò lo sguardo a fissare il punto indicato, un angolo bianco coperto di piastrelle, privo di aloni, di sangue o di macchie; si ritrovo a indietreggiare leggermente e deglutì a disagio.
«Credo sia meglio uscire di qui» mormorò piano, afferrando con decisione drake per la manica della giacca e sollevandolo di peso «Immediatamente».
Francis non ribatté, né si soffermò a domandare perché, aveva imparato che le intuizioni del suo collega si rivelavano un po’ troppo spesso esatte e che suggeriva di fare una cosa era quasi sempre meglio fare come diceva lui.
Si allontanarono di gran fretta dalla stanza e usciti all’aperto si ritrovarono entrambi con la sensione di essere tornati finalmente a respirare – era come se fossero stati in apnea per lunghi e interminabili minuti, senza rendersene conto fino a quel momento.
«Che cos’era? Cosa hai visto? Cosa hai visto?»
«Non ne sono sicuro, ma qualunque cosa fosse era nera e putrida e morta e in tutta onestà spero di non doverci mai avere a che fare».
All’interno dell’obitorio le pareti bianche scricchiolarono leggermente, le piastrelle di ceramica avrebbero dovuto essere bianche, ma erano come appannate da un velo d’ombra, non vi era alcuna fonte di luce nella stanza. Nell’angolo, avvolta su se stessa, piegata e vorticante, rimane una massa nera. Era ombra e oscurità, era morte e dolore, era impregnata di sangue e a contatto con essa il sangue era marcito, imputridendo e conferendole un fetore peculiare quanto disgustoso. Rimase lì a vorticare su sé stessa, assorbendo al suo interno qualsiasi fonte di vita presente nella stanza.

((Capitolo 2 - Parte 2))

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