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[Tekken] Kazuya/Jun

Fandom: Tekken
Kzuya/Jun
Prompt: Vuoto
Parole: 642
Note: un po' un ammasso di cose.

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Kazuya era un uomo violento. Lo aveva dimostrato spesso, a più riprese, anche se non aveva mai volontariamente alzato le mani su Jun, non al di fuori di un combattimento serio. Ma Jun non era una bambina e sapeva che un incontro è un incontro e devi dare il meglio anche se il tuo avversario è una donna. Non si era mai lamentata né gli aveva mai rinfacciato nulla. Questo non toglieva che a volte gli scatti di Kazuya la mettessero in soggezione.
Quando era rimasta incinta aveva davvero temuto, per un attimo, che lui l’avrebbe picchiata fino a farla abortire. L’espressione di disgusto e insofferenza che si erano dipinte sul suo viso nel sentire quella notizia non le aveva mai viste, nemmeno nei momenti di maggiore intimità quando l’uomo arrivava a disprezzare sé stesso per le azioni commesse in passato.
Una leggera spinta dalle scale, uno sgambetto sulla soglia del giardino, un colpo ben assestato in piena pancia. Sarebbe bastato pochissimo.
Kazuya non aveva fatto niente.
Era rimasto muto per giorni, senza guardarla, senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Jun lo aveva pregato di parlarle, di dire qualsiasi cosa; avrebbe preferito una qualsiasi reazione a quell’indifferenza ostinata e glaciale.
Poi aveva capito.
Il problema, il vero problema, non era il bambino in sé, ma il sangue che scorreva nelle sue vene. Loro figlio non sarebbe mai stato un bambino normale, non sarebbe mai stato umano, non completamente, ma a lei non importava. Lei avrebbe represso il mostro, sarebbe stata in grado di impedire che i geni maledetti si attivassero, e avrebbe fatto da ancora per quel bambino proprio come ora stava facendo per lui.
Glielo aveva detto. Kazuya aveva scosso la testa, forse sapeva fin da allora cosa sarebbe successo: niente di buono.
Ma la loro vita era andata avanti e Jun aveva avuto il bambino senza incidenti di percorso.
C’era stato un momento, poi, in cui erano stati particolarmente felici. Jin era molto piccolo all’epoca e Kazuya, per amore o per abitudine, stava ancora con loro.
C’erano notti di cui Jun non ricordava altro che le larghe spalle di Kazuya sopra di lei e il suo peso a schiacciarle quel corpo così piccolo da dubitare che avesse potuto contenere un bambino. Ricordava notti di sudore e sesso in cui quello stesso uomo che aveva usato suo padre come scudo per difendersi dalla parte più oscura e crudele di sé stesso si aggrappava a lei come un bambino.
Sì, erano stati felici allora.
Jin aveva un anno e mezzo e non stava mai fermo, per lui la vita era una scoperta, luci e ombre non esistevano, c’erano solo i colori.
Da quando poi aveva iniziato a parlare sembrava che imparare fosse la cosa più bella del mondo.
«Aspetta che inizi ad andare a scuola» aveva detto Kazuya «e vedrai che non lo troverà più così divertente.»
Jun passava le sue giornate ad allenarsi a crescere Jin e a fare la mamma e le notti a fare l’amante, era il periodo più bello della sua vita. Sapeva che probabilmente non si sarebbe sposata, sapeva che non sarebbe durato, perché il vuoto negli occhi di Kazuya era evidente persino per lei.
Fingeva di non vederlo, questo sì, e ogni tanto si ritrovava a pregare, seduta sulla sponda di un lago, che quel loro idillio dovesse durare, che non si riducesse al ricordo di un sogno.
Ovviamente non era destino, e come avrebbe potuto esserlo? Lo sapevano entrambi, ma avevano preferito nutrirsi di un’illusione, di un momento di pace, fingendo di credere che sarebbe durato per sempre e che non li avrebbe lasciati così, spezzati, distrutti, vuoti.
Le ultime parole di Kazuya le sarebbero rimaste impresse nel cuore e nella mente per sempre.
«Ti ho amata sempre Jun, e lo farò per sempre, ma forse sarebbe stato meglio se non ti avessi amata mai».

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