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[Frozen] Worn Hearts #Prologo

Fandom: Frozen
Parole: 2180
Prompt: "Per non farti scappare chiusi la porta e consegnai la chiave a te"
Note: anche questa era in scrittura per un vecchio CoW-T e l'ho risistemata e ripresa per questa edizione, prendendomi così bene da scrivere oltre questo capitolo, ma vbb, vedremo se sarà utilizzabile anche per altro. Anyway, è una Old West AU, ambientata a cavallo tra gli anni 60 e 70 del 1800 nell'America continentale, durante la costruzione della Union Pacific Railroad, diciamo che volendo un po' è ispirata a Hell on Wheels. Anna finisce a fare la prostituta ed è inutile specificare che sarà HansAnna, vero? Also ci sarà angst.


Worn Hearts #Prologo


Quando la loro famiglia era caduta in disgrazia, Adgard aveva immediatamente preso la decisione di partire.
«Andremo a Ovest» aveva annunciato.
Così avevano venduto la loro casa, tutti i mobili, i quadri, le suppellettili di lusso ed erano partiti; avevano riempito un grosso carro e si erano uniti a una carovana di disperati. Andavano tutti nel selvaggio west, con la flebile speranza di fare fortuna; in qualche modo si trattava di una vera e propria corsa all’oro. Il progetto di Adgard era di passare qualche anno in Colorado, poi in Nevada e infine spostarsi verso la California, fermandosi ogni volta a ricercare il metallo che li avrebbe fatti diventare ricchi come lo erano stati un tempo.
Erano partiti da Boston che Anna aveva solo quindici anni ed Elsa appena diciotto, il cuore ricolmo di paura alla prospettiva di una vita così diversa da quella che avevano conosciuto fino a quel momento, ma anche pieno di speranza; si apprestavano a iniziare una nuova avventura e ogni cosa ai loro occhi mai vista prima o sconosciuta sembrava eccezionale.
«Guardate, guardate!» urlava sempre Anna, indicando loro vaste distese erbose e foreste di latifoglie. Procedevano verso l’interno a passo spedito e con piglio sicuro, attraversando quegli stessi territori per i quali erano passati i pionieri cent’anni prima; ogni tanto la loro carovana si fermava in concomitanza di qualche insediamento per rifornirsi dei beni di prima necessità, poi ripartiva e faceva sosta solo la sera, quando, stretti intorno al fuoco, tutti i proprietari dei diversi carri, si riunivamo a cenare, raccontandosi aneddoti familiari e storie.
Anna ed Elsa amavano quei momenti e li attendevano con la stessa intensità con cui da bambine attendevano che Idun venisse a leggere loro le favole della buona notte; si radunavano accanto al fuoco, tendendo le mani verso la fiamma, ansiose di riceverne il calore in quelle notti fredde in cui dormivano all’addiaccio e poi tendevano le orecchie, ascoltando le voci cadenzate di quegli sconosciuti che andavano imparando a conoscere.
«Quando saremo arrivati e avremo di nuovo una casa, anche io troverò un principe azzurro» diceva Anna prima di coricarsi, con gli occhi sognanti che riflettevano le stelle «Ci sposeremo in una chiesa su una collina in un giorno di maggio, indosserò un vestito bianco, come quello di nostra cugina, e avrò così tanti bambini che non basterà una villa per contenerli tutti».
«Vedremo se vorrai davvero averne più di uno dopo aver partorito la prima volta» la prendeva in giro sua madre ridacchiando.
«Certo che sì! E saremo di nuovo ricchi e avremo una casa bellissima, e mio marito sarà elegante, dolcissimo e raffinato e mi porterà a tutti i ricevimenti migliori e a teatro e leggerà Shakespeare prima di dormire!»
I loro genitori ridevano, mentre Elsa scuoteva il capo anch’ella divertita dall’entusiasmo contagioso di sua sorella; e ogni sera si addormentavano così, stesi nel loro carro, a fianco di tutti i loro beni, sognando un futuro migliore.
Ma si sa che le cose non vanno mai come previsto, soprattutto quando chi sogna perde di vista il tempo e le variabili della vita; il loro viaggio non era stato facile e forse l’intera famiglia aveva sottovaluto lo stress e la fatica che stavano vivendo dopo un cambiamento così radicale. Certo nessuno avrebbe potuto prevedere le disgrazie che li avrebbero colpiti.
Idun cominciò a mostrare i primi sintomi poco dopo che avevano superato Ogallala, qualche miglio dopo il punto in cui il fiume Platte si biforca in North Platte e South Platte, indeciso su quale fosse la strada migliore da prendere e preoccupato per le sorti di sua moglie, Adgard decise di separarsi dalla carovana e proseguì in direzione dell’unico centro abitato della zona, un villaggio di poche case con un fermo di posta, un saloon, un emporio, una chiesa e poche case, abitante principalmente da mandriani e agricoltori.
L’uomo spese tutti i suoi risparmi per comprare una vecchia casupola malconcia, composta da tre stanze; gli abitanti precedenti erano morti l’anno precedente e l’abitazione era rimasta lì a memento di un passato che presto sarebbe stato dimenticato da tutti.
Anna ed Elsa si erano date da fare da subito, nel tentativo di rendere l’ambiente confortevole e pulito, adatto alla degenza di una donna malata; le altre abitanti del villaggio erano venute a trovarli fin da subito, incuriosite dal loro arrivo e attirate dalla malata come mosche dal miele. Osservavano con aria sconsolata la povera Idun e scuotevano la testa, consapevoli della sorte che le sarebbe toccata, segretamente felici che non fosse successo a loro e silenziosamente in attesa di poterne parlare una volta uscite dalla morte.
«Dovreste mandare le vostre figlie a stare da noi, almeno per qualche tempo» aveva proposto la moglie del pastore «La febbre è troppo alta e potrebbe essere contagiosa».
Adgard aveva annuito, ringraziando compitamente, quindi aveva ignorato le proteste delle figlie e le aveva spedite fuori da casa; aveva capito, già da quel momento, che quello che aveva contratto sua moglie altro non era altro che tifo e che, in una zona desolata e retrograda come quella, le possibilità di sopravvivenza erano assai basse.
Fu quando iniziò a manifestare i primi sintomi anche lui che capì che non avrebbero mai raggiunto la California e con ogni probabilità sarebbero morti entrambi.
«Almeno» pensò «Le nostre figlie non sono condannate alla stessa fine».
I funerali si svolsero in fretta e furia, sotto gli occhi pieni di lacrime di Anna ed Elsa, incapaci quasi di proferire parola; non era certo così che immaginavano il loro futuro, bloccate in quel posto sperduto nel Wyoming, senza genitori, senza un soldo. I cadaveri vennero cremati e, per sicurezza, gran parte delle coperte e dei vestiti che avevano indossato furono bruciati; solo quando tutti si resero conto che nessuna delle sorelle era malata, la loro vita poté riprendere davvero.
Ma si poteva davvero chiamarla vita?
Sole in un mondo troppo grande, gettate in un universo che non conoscevano, Anna ed Elsa si erano improvvisamente trovate a dover badare a sé stesse e cosa avrebbero potuto fare? Sposare un mandriano non era nei piani di nessuna delle due, soprattutto di Anna che insisteva, anche allora, che il matrimonio dovesse essere un gesto di amore e non di convenienza; così decidendo di far fruttare l’unica cosa che possedessero, ovvero la loro cultura, le due ragazze si adoperarono per creare una piccola scuola nel retro della canonica.
Il pastore, un uomo buono di mezza età, e sua moglie, insieme a tutti gli abitanti di Ogallala, si dimostrarono ben disposti nei confronti dell’iniziativa e mandarono da subito i bambini più piccoli, quelli il cui aiuto in casa sarebbe risultato a dir poco inutile, a seguire le lezioni di Elsa.
Anna dal canto suo cercava di aiutare come poteva, preparando i materiali, curando i bambini e ascoltando rapita sua sorella durante le ore di lezione, mentre insegnava a leggere e a scrivere, mentre raccontava la storia del mondo e narrava ai bambini i contenuti di libri che non avrebbero mai letto.
Elsa era un’insegnante paziente e gentile e i bambini la adoravano; ne ammiravano i capelli chiari e la carnagione eburnea, i modi eleganti e la voce pacata. Amavano anche Anna, ma in modo diverso, vedevano in lei una sorella maggiore e una compagna di giochi e il tempo che trascorrevano con lei era quello dei ludi e degli scherzi.
Il primo anno trascorse lento, il dolore della perdita era ancora vivo e profondo in entrambe e le sorelle iniziavano finalmente a capire quale fosse il significato di quell’espressione mesta e sconsolata che a tratti avevano colto sul viso di loro madre, quando ancora era viva. All’epoca l’avevano scambiata per stanchezza o insofferenza al viaggio, ma la verità era che si trattava di nostalgia. Nostalgia per una vita di agi e di tranquillità, in città dove le strade non erano di semplice terra polverosa e dove le persone uscivano per incontrarsi, andavano a ricevimenti e facevano una vita sociale ricca di incontri e comodità. Chissà quante volte, nel corso di quella traversata senza fine, aveva maledetto suo marito e la sua stupida decisione di lasciarsi ogni cosa alle spalle, aveva maledetto la solitudine, il silenzio straziante, il vento e le fatiche che aveva patito durante il viaggio e che era certa avrebbe patito anche una volta trovata una sistemazione, almeno fino a che non si fosse – non si fossero tutti – abituati a quello stile di vita così diverso. Se ne rendevano conto ora, con il senno di poi, di chi ha compreso l’errore, che la decisione di partire era stata affrettata e poco ragionata e che era stata alla base della loro rovina.
Si sa che le sfortune non arrivano mai da sole, qualcuno dice in gruppi di tre, in ogni caso l’autunno era quasi finito, Anna sembrava aver trovato finalmente un ritmo per la sua vita e la scuola di Elsa sembrava procedere bene, quando, un una fredda mattina Novembrina, Elsa svenne. Il medico della cittadina, un uomo di circa trent’anni che era partito verso Ovest con l’intento di far fortuna e si era fermato a Ogallala per colpa delle gambe di una bella donna, dichiarò che si trattava di tisi e che, con ogni probabilità, non c’era niente da fare.
«Morirà» disse ad Anna, prendendola da parte, ignorando il velo di gelo che cadde sugli occhi della ragazza, che non era ancora disposta a perdere l’ultima persona che le fosse rimasta al mondo.
Non ci volle molto perché i genitori, inquietati alla prospettiva che i propri figli – a cui comunque un’istruzione non sarebbe servita, perché a cosa serviva saper scrivere o leggere a chi nella sua vita doveva solo badare a mandrie di vacche? – potessero contrarre anch’essi la malattia, smettessero di mandare i bambini in quella specie di scuola alla buona, spingendo così il pastore a chiuderla.
Anna sempre più disperata, non aveva la minima idea di cosa fare, vedeva sua sorella dimagrire, alzarsi a fatica dal letto e sorriderle debolmente, dicendo: «Andrà tutto bene, Anna, vedrai. Starò bene, guarirò».
Ma dopo una settimana non sembravano esserci margini di miglioramento ed Elsa aveva iniziato a sputare sangue ogni volta che tossiva e, purtroppo, tossiva spesso; la notte sudava e rabbrividiva e non aveva importanza quanto Anna la coprisse o quanti impacchi freschi le facesse nel tentativo di abbassarne la temperatura.
Ogni due giorni il medico, titubante e preoccupato di potersi ammalare anche lui, veniva a trovarle, visitando la paziente con uno strano strumento.
«Si chiama stetoscopio» aveva spiegato «È stato inventato da un medico francese una quarantina di anni fa, è l’ultima tendenza».
Anna non capiva come un semplice oggetto metallico potesse aiutare sua sorella, ma, in fondo, il medico era lui e a lei non restava che fidarsi.
«Non è che tisi» ripeteva spesso «E non dovrebbe essere contagiosa, ma sai bene che in questa zona non si sa mai. E se ci sbagliassimo? In ogni caso non durerà ancora a lungo».
Ma Elsa resisteva, continuava ad appigliarsi alla vita con tutte le sue forze e lottava, lottava con tutta sé stessa per non lasciare Anna da sola in quel mondo troppo grande, troppo vuoto e troppo cattivo. Sua sorella, dal canto suo, iniziava a sentire sulle spalle la responsabilità del mantenimento, della famiglia; si rendeva conto di dover trovare un lavoro al più presto perché i soldi che avevano da parte erano pochi e le condizioni di Elsa sempre peggiori. Sebbene l’intero villaggio si fosse affezionato ad entrambe, nei pochi anni che avevano vissuto lì, era impensabile pretendere che gli abitanti continuassero a mantenerle, soprattutto quando faticavano a portare a casa abbastanza cibo per le rispettive famiglie.
La situazione peggiorò improvvisamente quando Elsa iniziò a delirare, la febbre si era alzata a tal punto che nel suo dormiveglia i suoi sogni – che forse erano incubi – andavano mescolandosi alla realtà; fu in quei giorni che afferrò Anna per un braccio e le disse: «Ho distrutto i tuoi sogni. Convinsi nostro padre che dovevamo andare via e per questo lo uccisi, poi per non farti scappare chiusi la porta e consegnai la chiave a te». Sua sorella si trattenne dal piangere, scosse il capo e le accarezzò i capelli, aiutandola a rimettersi a letto e dicendole che non era vero che andava tutto bene e che se era rimasta era perché Elsa era più importante di qualunque sogno potesse avere. Aveva capito a cosa si riferiva Elsa, il senso di colpa che le attanagliava il cuore Anna riusciva a vederlo, ma non era rimasta perché sua sorella era malata, era rimasta perché voleva farlo, perché non aveva un altro posto dove andare, perché era giusto farlo.
Fu in quel momento che capì che se avesse davvero voluto salvare Elsa sarebbe dovuta scendere a compromessi e trovare un modo per guadagnare, avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa; così Anna rinunciò per sempre all’idea di sposare qualcuno che amava, che amava davvero, che rispondesse alla figura del principe azzurro che aveva dipinta in testa da anni, e andò a lavorare nel saloon di Ogallala.
Poi arrivò la ferrovia e tutto cambiò.



 

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