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Autore: Alexiel Mihawk | alexiel_hamona
Titolo: Caffé nero e semi di melograno
Fandom: Mitologia Greca
Personaggi: Ade, Thanatos, Persefone, Demetra
Genere: generale, commedia, sentimentale
Rating: verde, sfw
Avvertimento: one shot, implied!Incest, modern!AU, coffeshop!AU
Parole: 2246
Prompt: Mitologia, Ade/Persefone, coffe shop AU

Note: Prompt di kuma_cla. Euboleo, "il benevolente"; Trofonio, "colui che rende più fertile la terra"; Aidoneo, "quello che non si vede": sono tutti epiteti di Ade. Chloe, "Il verde germoglio" è un epiteto di Demetra che si ritrova in Pausania.

Caffe nero e semi di melograno
Capitolo Primo: In cui non ci si dovrebbe fidare delle apparenze.



Chiude con uno scatto irritato il McBook e si mette a fissare la tua tazza di caffe nero piena fino all’orlo: ha bisogno di una vacanza.
E magari di riprendere a concentrarsi come dovrebbe sul lavoro, perché ultimamente non ci sta proprio riuscendo, certo forse aiuterebbe lavorare in ufficio e non al bar, ma di recente non riesce a stare lontano da quel posto: i tavoli in legno, il profumo di torta appena sfornata, il leggero chiacchiericcio dei mortali e, soprattutto, lei.
Lei che passa tra i tavoli scivolando con eleganza e che ha sempre un sorriso per tutti, anche per lui, nonostante la sua aria seria e le sopracciglia perennemente corrucciate.
Ade si passa una mano sugli occhi e si porta alla bocca la tazza fumante, sono due mesi che viene lì ogni giorno alla stessa ora e ci resta quanto? Tutto il pomeriggio? Non lo sa bene nemmeno lui, sa solo che nelle ultime due settimane Thanatos è dovuto venire a prenderlo quattro volte per faccende di particolare urgenza e la cosa l’ha urtato parecchio, perché quando il ragazzo è entrato tutto il bar si è girato ad ammirarlo.
Certo, perché Thanatos non è come lui, Thanatos se ne va in giro in giacca di pelle e occhiali da sole e la sua carnagione olivastra assume toni color nocciola al minimo contatto con i raggi del sole, Thanatos tiene i capelli lunghi, dello stesso colore dei suoi ma infinitamente più fluenti, legati in una coda bassa e non si fa problemi a non farsi la barba perché tanto il suo volto è così simmetrico e così perfetto che nessuno ci fa caso. Ade forse è un po’ geloso perché lui è sempre così pallido, sempre in giacca cravatta, perfettamente sbarbato, e i suoi capelli sono neri come la pece e tagliati ordinati e forse, sì, gli piacerebbe essere più disinvolto e meno noioso, ma in fondo il suo lavoro richiede una certa serietà, non a caso anche suo fratello è come lui. Zeus ovviamente, perché Poseidone, beh lui è tutto festini sulla spiaggia e ukulele.
«Oggi il tuo amico non c’è?» gli domanda una voce gentile scatenando in lui il peggior travaso di bile degli ultimi tre giorni.
«No. Oggi non viene».
Spera di non essere stato troppo piccato nella risposta, perché non ci sarebbe niente di peggio che vederla andare via e seguire con lo sguardo la scia dei suoi capelli aranciati che spariscono dietro il bancone.
«Meno male!» esclama invece la ragazza, lasciandosi cadere sul divanetto di fronte a lui e lanciando un’occhiata veloce al locale semivuoto.
Ade la guarda e solleva un sopracciglio, consapevole di essersi perso un passaggio.
«Scusa?»
«Sì, nel senso, è sempre un po’ inquietante. E poi chi è che tiene gli occhiali da sole al coperto, andiamo! Solo due categorie di persone lo fanno, i ciechi e gli idioti. Oddio! Non è cieco, vero?»
Ade scoppia a ridere e nonostante la sua aria austera la sua bocca si piega in un sorriso sincero e i suoi occhi brillano di stupore e ilarità.
«No, no, non è cieco» dice tra i singulti «C’è qualcosa che posso fare per te…?»
«Persefone, no, in realtà mi stavo solo annoiando e avevo voglia di chiacchierare e tu sei sempre qui, quindi mi è sembrato normale farmi un po’ di fatti tuoi mentre sono in pausa. Aspetta, stavi lavorando?»
Ade ride di nuovo, perdendosi a osservare le lentiggini sparse su tutto il suo volto e i suoi occhi verdi, che brillano di curiosità e preoccupazione.
«No, ho finito» anche se, ovviamente, non è vero e quando tornerà in ufficio avrà il doppio di cose da fare «Posso offrirti qualcosa?»
La giovane ride e gli fa cenno di aspettare, armeggia velocemente dietro il bancone e fa ritorno con due fette di torta di mele e cannella e gli sorride.
«E dimmi» gli domanda sedendosi nuovamente di fronte a lui «Cosa fai nella vita, ché ti vedo sempre in giro e sono curiosa. Aspetta, come hai detto che ti chiami?»
«Non l’ho detto, mi chiamo –» e si blocca un secondo, perché non può presentarsi dicendo Ciao sono Ade e sono il dio degli Inferi, tanto piacere «Mi chiamo Aidoneo».
«E che cosa fai nella vita?»
Ma, sai, gestisco il regno dei morti, rispondo alle preghiere dei mortali, ogni tanto organizzo un terremoto in giro e mando Thanatos a raccogliere le anime dei defunti.
«Oh, niente di che, le solite cose noiose: bilanci, più che altro».
«Lavori in una compagnia che si occupa di bilancio? Non l’avrei mai detto».
«Sì, beh, non è esattamente così. Diciamo che sono a capo di una grossa azienda che gestisce vasti gruppi di persone. Tu piuttosto, lavori qui? Studi? Insomma quanti anni potrai avere, diciannove, venti?»
E non te lo sto chiedendo perché mi sento un pedofilo a venire qui tutti i giorni a guardare una mortale che probabilmente non ha nemmeno un quarto di secolo.
Persefone si morde un labbro e nicchia.
«Qualcosa del genere, sì» e Ade per un terribile secondo pensa che stia per dirgli che è minorenne, e a quel punto chi lo sentirebbe più Thanatos? «Ma non studio, per lo più giro, seguo mia madre, visito posti nuovi: si può dire che inseguiamo l’estate».
Questo spiega perché non si fosse mai accorto di lei prima.
Persefone rimane a chiacchierare con lui per un quarto d’ora prima di riprendere a lavorare, quando Ade torna al suo carro – che in realtà assomiglia più a una volvo – sente che quei quindici minuti sono valsi due mesi di pomeriggi passati a guardarla da lontano.
Decide che tornerà anche domani.

Trascorre una settimana e Ade cambia tavolo, passa da quello vicino alla finestra, molto più illuminato e perfetto per lavorare, a quello vicino al bancone, da cui riesce a parlare con Persefone quando è ferma dietro al bancone. Si diverte a commentare con lei la clientela, e scopre che gli piace rimanere ad ascoltarla parlare mentre redige noiosissimi atti relativi agli ultimi decessi, a guardarla con la coda degli occhi mentre prepara le ordinazioni; quando Thanatos viene a portargli un plico di fogli da firmare (perché oramai ci ha rinunciato a farlo uscire da lì) Persefone scrolla leggermente le spalle e si allontana.
«Dovevi proprio venire?» borbotta seccato il dio dei morti.
«Senti, capo, se tu cazzeggi non è colpa mia!»
«Sì, ma non le piaci, l’hai fatta scappare!»
Il dio della morte assume un’espressione oltraggiata e abbassa di poco gli occhiali, quel tanto che basta perché il compare riesca ad intravedere i suoi occhi color rubino.
«Questo è impossibile. Io piaccio a tutti, sono bello come Eros e molto più letale di lui».
«Come ti pare» borbotta Ade firmando i fogli senza nemmeno leggerli.
Il più giovane sbuffa e da dietro le lenti scure si mette a fissare Persefone, aggrotta le sopracciglia perplesso, perché c’è qualcosa di strano in quella ragazza, e, per quanto si sforzi di fare del suo meglio per vederla, nemmeno lui riesce a trovare il filo della vita della ragazza.
«Capo» sussurra lentamente «Sei sicuro che sia umana?»
Ade si blocca e di scatto gira la testa per guardarla, arrossisce vagamente quando lei, accorgendosi del suo sguardo, gli sorride.
«Sei appena arrossito?»
«Oh, per l’amore di Gea! Sparisci, Thanatos!»
È sempre più sicuro di volersi prendere una vacanza.

Quando sua sorella arriva Ade frequenta il bar da oramai tre mesi e mezzo ed è diventato un vero habitué, conosciuto sia dal proprietario che dagli altri clienti, che, però, mantengono una rispettosa distanza intimiditi dal suo portamento regale e dalla sua aria seria. L’unica che non ha soggezione di lui è Persefone e Ade sente di volerle un po’ bene per questo.
Demetra entra nel locale come una furia e va a sedersi al suo tavolo, i suoi occhi mandano lampi; Ade non fa un plissé, non spegne il computer, ma continua a lavorare imperterrito.
«E buongiorno anche a te, sorella. Sono anni che non ti fai vedere, come stai? Io bene, grazie per averlo chiesto» non potrebbe essere più sarcastico di così.
«Falla finita, Ade. Che ci fai qui?» domanda la donna con voce minacciosa, ma bassa, in modo tale che solo lui possa udirla.
«Lavoro, o almeno ci stavo provando» sospira il dio dell’oltretomba rassegnato. Chiude il portatile e alza lo sguardo, mentre un cameriere dall’aria allampanata, uno di quelli che di solito lo evitano, si avvicina al tavolo sorridendo.
«Ciao Chloe, che ti porto?»
«Un caffè d’orzo, grazie».
«Chloe?» domanda l’uomo osservando il cameriere allontanarsi «Vorrei avere io qualcuno dei tuoi soprannomi, hai mai provato a presentarti come Euboleo, o Trofonio? Immagino di no».
La donna si passa una mano tra i capelli rossi, la carnagione dorata brilla a contatto col sole che penetra dalle finestre, anche se Ade immagina che per i mortali sia solo uno strano gioco di luci.
«Seriamente, cosa ci fai qui? Come hai fatto a trovarla?»
«A trovare chi?» domanda seriamente perplesso «Demetra, la pianti di parlare per enigmi? Vengo qui perché mi rilassa stare con i mortali».
«Per l’amore di Urano! Tu odi i mortali!» esclama la dea con un tono un po’ troppo alto, perché dal retro del locale qualcuno la sente e riconosce il timbro di voce.
«Mamma?»
«Oh, Kore! Scusa, cara, sono impegnata con il signore, arrivo subito» risponde Demetra, agitando la mano in direzione della figlia.
Ade sbianca, o meglio ci prova, anche se diventare più pallido di quanto già sia è più che un’impresa.
«Kore? Non ti chiamavi Persefone?»
La ragazza si avvicina e arrossisce, vistosamente imbarazzata.
«Oh, per Crono! Ancora con quel soprannome? Te l’ho detto mille volte che non è consono a te».
«Non credo che ad Aidoneo interessi, madre».
«Demetra, ho mal di testa» si lamenta il pover’uomo senza capirci più nulla e la ragazza nell’udire sua madre venire chiamata col suo vero nome ammutolisce «Mi spieghi cosa vuoi? Tu non vieni mai a trovarmi a meno che tu non voglia qualcosa, come l’ultima volta quando –».
Poi si interrompe e si gira molto lentamente verso Persefone, quindi sposta nuovamente il suo sguardo su sua sorella.
«Kore, come tua figlia Kore. Kore, come “Ehi ciao, mi sono fatto Demetra e ora è incinta”» testuali parole di suo Zeus millenni prima «Kore, come la dea che hai deciso di segregare chissà dove e che nessuno di noi ha mai visto perché avevi paura che nostro fratello ci mettesse le mani sopra?».
Persefone si lascia cadere su una sedia e li guarda con gli occhi spalancati.
«Avresti potuto essere più fine, e comunque sì. Mia figlia Kore, e ora mi dici cosa ci fai qui, Ade?»
«Te l’ho detto, mi rilassa stare coi mortali, e tua figlia fa un ottimo caffè» borbotta l’uomo abbassando lo sguardo e sentendosi vagamente colpevole, perché sì, dopo tutto critica tanto Zeus, ma non è che sia poi così diverso da lui.
«Madre?»
«Oh, certo cara, questo è Ade, tecnicamente è tuo zio, nonché il dio dei morti, ma quella è una spiacevole conseguenza della divisione della terra, in realtà non è davvero così sgradevole».
L’uomo alza gli occhi al cielo, non sa se essere più seccato perché l’intuizione di Thanatos si è rivelata corretta o per come, ogni volta, sua sorella debba velatamente insultare il suo operato e più o meno ogni cosa lo riguardi.
«Me ne vado» borbotta seccato lasciando cinque dollari sul tavolo «E stai tranquilla, non andrò a riferire a Zeus dove hai nascosto Pers-, Kore».
Si incammina verso l’uscita e, mentre la sua veste emette un leggero sbuffo di fumo nero, che per fortuna i mortali non riescono a percepire, alle sue orecchie giunge solo ovattato il brusio di una discussione tra madre e figlia che sta avvenendo alle sue spalle; raggiunge la macchina e fruga con irritazione nelle tasche alla ricerca delle chiavi, perché non possono usare ancora i cavalli? Sobbalza, quando sente una mano toccargli la schiena e come si gira davanti ai suoi occhi c’è Persefone, con lo sguardo triste e le spalle piegate.
«Mi dispiace» gli sussurra, e Ade sente un nodo alla bocca dello stomaco e la voce di quel porco di suo fratello che urla “Ehi! Non giudico mica, ogni lasciata è persa!”.
Sospira mentre un sorriso si fa strada sul suo viso, perché come si può rimanere offesi di fronte al viso corrucciato di Persefone? Le passa una mano sui capelli mossi e le accarezza il viso.
«Non preoccuparti» risponde «Non è colpa tua».
Ma di quella stronza di tua madre, questo però ritiene saggio non dirlo.
Il sorriso mesto che gli viene rivolto non è abbasta, e il dio sente che non ce la può fare a rimanere lì a osservarla; apre la portiera della macchina e vi si infila dentro, ma quando abbassa il finestrino per salutarla lei è sparita. Rimane perplesso ad guardare il punto sul marciapiede in cui si trovava prima, domandandosi dove possa essere finita, finché la portiera dal lato del passeggero non si spalanca e la ragazza si infila all’interno.
«Parti, parti, prima che se ne accorga!»
Ade impallidisce.
«Ma non posso! È sottrazione di minore!»
«Ma se ho più di tremila anni!» si lamenta la ragazza con aria disperata «Ti prego».
E l’uomo non riesce a rifiutarsi, sbatte la testa contro il volante un paio di volte, ma poi si decide e mette in moto.
«Me ne pentirò sicuramente» borbotta.
La macchina parte e sparisce, lasciando dietro di sé solo una scia di fumo nero.

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