Alexiel Mihawk (alexiel_hamona) wrote,
Alexiel Mihawk
alexiel_hamona

[Naruto] il pronto soccorso non regala gioia, solo persone di dubbio gusto

fandom: naruto
prompt: solitudine
parole: 1404
prompt di littledarkrin : Naruto, Kisame/Sakura, modern!au, ci vediamo ogni sabato sera alle urgenze dell'ospedale, non pensi sia il momento di smetterla?

Sakura si passò una mano candida tra i capelli, senza ovviamente ricordarsi che poco prima di aveva legati in uno chignon morbido affinché non la ostacolassero mentre visitava i pazienti. Le dita si incastrarono tra le ciocche sottili, e la ragazza si ritrovò con la mano incastrata. Sbuffò, lasciandosi andare contro la sedia imbottita della sala d’aspetto.
Il suo turno era iniziato soltanto da tre ore e già desiderava con tutto il suo cuore tornare a casa; il pronto soccorso le prosciugava la vita, il pronto soccorso di sabato sera era peggio che mai. Diventava una vera e propria agonia fatta da scappati di casa, ubriachi, gente che arrivava grondante di sangue dopo l’ennesima rissa, paramedici annoiati.
«Oi, oi, Doc, questa sera ci riposiamo? Fingiamo di non avere da lavorare?» domandò una mano – che in realtà era attaccata a una persona, ma dalla sua posizione Sakura riusciva a vederne solo una mano.
«Santa pace» il medico si alzò in piedi, avvicinandosi alla barella sulla quale era coricato un viso noto «Di nuovo qui?»
«Il mio obiettivo è diventare un habitué del sabato sera»
«Non per fare la maestrina rompina, signor Hoshigaki, ma forse potrebbe trovare un modo più produttivo per trascorrere il suo sabato sera, in qualche posto meno inquietante della sala urgenze dell’ospedale».
«Non sia crudele Dottoressa, mi hanno appena sparato».
«Di nuovo?» gemette Sakura, passandosi una mano sul viso con aria esasperata.
«Beh, vivo in un quartiere pericoloso!» si schernì l’uomo, sorridendo appena dietro i denti aguzzi.
Sakura sospirò, facendo un cenno al paramedico di spostare da lì quel deficiente, affinché potesse visitarlo dietro a uno dei paraventi.
«Forza Kisame» borbottò, agguantando al volo dalla mano di un’infermiera la sua cartella clinica «Vediamo come ti sei conciato questa settimana».
«A mia discolpa» si schernì l’uomo, mettendo le mani avanti – sia metaforicamente che letteralmente «Non è stata tutta colpa mia. C’era questo tizio, grosso, che ha cercato di sparare ad un altro tizio, altrettanto grosso. Ora, si trattava chiaramente di due spostati, ma per mia sfortuna anche di due amici e sempre per sfortuna io mi trovavo nel mezzo».
Sakura osservò la ferita, ascoltandolo solo con un orecchio.
«Stai fermo così. Beh, almeno è superficiale» mormorò, allungando la mano per prendere il disinfettante «Questo vuol dire che questa settimana niente punti».
«Ho proprio tutte le fortune» celiò Kisame, ridacchiando tra sé.
«Ah sì? E sarebbero? Non hai i punti questa settimana! Sai cosa, controlliamo quelli messi sabato scorso»
L’uomo mugolò piano, girandosi di controvoglia e sollevando la maglia.
«Fa male, Sakura».
«Dottoressa Haruno. Meglio se solo Dottoressa. Anzi, meglio se non mi chiami proprio».
«Non fare l’antipatica» notò Kisame, che aveva oramai smesso di darle del lei – come ogni sabato sera i suoi tentativi di mantenere le distanze duravano solo una decina di minuti, poi l’uomo dimenticava che ci stava provando, ad essere una persona educata «Alla fine scommetto che conosci meglio me di chiunque altro qui dentro».
«Guarda che non è che ci sia poi molto da vantarsi, come se essere un habitué del pronto soccorso sia una cosa positiva! Non potresti fare altro il sabato sera, tipo andare al bar?»
«Ma se ogni volta che ci vado poi arrivo qui, proprio senza passare dal via».
«Peccato che non ti capiti mai di andare in prigione senza passare da via» borbottò velenosa Sakura, osservando la cicatrizzazione della ferita «Ti avevo detto di non bagnarla, l’hai bagnata».
«Nuoto».
«Non avresti dovuto».
Kisame si tirò a sedere, aggrottando le sopracciglia e la fissò con aria pensierosa.
«Guarda Doc, che non è che mi diverta a venire qua tutti i cazzo di sabato sera».
Sakura roteò gli occhi, aiutandolo ad abbassarsi la maglia e tornando a prendersi cura delle ferite della giornata. Passò il disinfettante su un pezzo di cotone e si avvicinò alla fronte dell’uomo, sulla quale spiccavano una serie di abrasioni, probabilmente dovute a una scazzottata – se fosse avvenuta prima o dopo lo sparo a Sakura non importava, anche se iniziava ad essere preoccupata per quell’uomo. Oramai erano quasi quattro mesi che ogni sabato sera lo incontrava tra i pazienti del pronto soccorso, ogni sabato sera lo vedeva entrare, le sorrideva con i suoi denti aguzzi e le raccontava qualche aneddoto improbabile su come si era fatto male ed era stato costretto, immantinente, a correre al pronto soccorso.
«Kisame, non voglio giudicare, ma secondo me dovresti cambiare il tuo stile di vita. Non è possibile che ogni singolo sabato sera tu finisca in pronto soccorso. Ogni sabato sera».
«Ti stai preoccupando per me?» domandò l’uomo, ridacchiando ancora «E comunque, senti un po’ chi parla, non è forse vero che ogni singolo sabato sera che sono venuto qua ho trovato te? Ma non li fate mai i turni voi medici? Non avete anche una vita?»
Sakura si bloccò di scatto, ripensando all’infinita serie di motivi per cui ogni sera – soprattutto nel fine settimana – cercava di evitare di tornare a casa.
«Kurenai, qui ho finito. Pensaci tu» sbottò, appoggiando tutto quello che aveva in mano con un gesto brusco del braccio.
«Oi, Sakura, non volevo offenderti» borbottò Kisame, afferrandola per il polso.
L’espressione mesta nei suoi occhi lasciava trasparire che, in effetti, gli dispiaceva davvero; ma in quel momento Sakura non se la sentiva di affrontare il discorso. Non aveva voglia di pensarci quando era sola, figurarsi parlarne con un quasi sconosciuto.
«Ho finito» mormorò piano, quindi aggiunse «Vai a casa, Kisame».

L’alba le trasmetteva una situazione di sicurezza – certo anche infinita tristezza perché ancora una volta aveva trascorso una notte fuori, in ospedale, lontano da casa. Ma questo voleva anche dire che la notte era passata e lei poteva tornare in quella casa troppo grande senza pensare al vuoto, senza pensare a quanto si sentiva sola in quelle stanze vuote e in quel letto freddo.
Dormire di giorno era meno inquietante che farlo quando lo facevano tutti gli altri; il buio a quel punto era svanito, dissolto dai raggi delicati del sole e dormire con la luce che illuminava la stanza – per quanto meno rilassante – la aiutava a non farsi prendere dalla desolazione, dal panico, da quell’attanagliante sensazione di solitudine e abbandono che percepiva ogni volta che usciva dall’ospedale.
Forse, un po’ almeno, Kisame lo capiva.
Il loro appuntamento del sabato sera – perché alla fine era di quello che si trattava no? Sakura non era stupida e sapeva riconoscere una scusa quando ne vedeva una, in ogni caso il loro appuntamento del sabato sera era la cosa più vicina a un’ancora di salvezza che Sakura fosse riuscita a trovare in quei mesi di buio, dopo che Sasuke se ne era andato, lasciandola da sola, senza una voce, senza un messaggio, senza notizie.
Alla disperazione era seguito il dolore, quindi l’abbandono, poi il senso di vuoto. Per questo la ragazza aveva finto di non accorgersi del fatto che Kisame in pronto soccorso ci veniva di proposito; per questo non gli aveva detto si smetterla, che era una cosa stupida. Perché, in fondo, la faceva sentire meno sola e sospettava che quei loro stupidi incontri del sabato sera facessero sentire meno solo anche lui.
Certo non si aspettava, uscita dalla porta principale dell’ospedale, di trovarlo ancora lì fuori, seduto sui gradini dell’ingresso, semi addormentato contro un pilastro.
«Cosa stai facendo ancora qui!? Ti hanno dimesso ore fa!»
L’uomo sbadigliò, massaggiandosi la spalla indolenzita e scroccando il collo.
«Volevo dire che mi dispiace, cioè, volevo chiedere scusa, se ti ho detto cose che ti hanno dato al cazzo, ecco».
Sakura rimase interdetta, realizzando per la prima volta da quanto tempo fosse che nessuno si scusava con lei, che nessuno la aspettava per scusarsi con lei per motivi del tutto idioti – si domandò se Sasuke lo avesse mai fatto, decise che era meglio non rispondersi.
Si portò una mano al viso a coprirsi gli occhi, sentendoli inumidirsi di lacrime, parzialmente, solo parzialmente, per la commozione, parzialmente per la stanchezza.
«Oi, eddai, starai mica piangendo, oh cazzo».
Sakura scoppiò a ridere, ritrovando improvvisamente la dinamica conosciuta del loro rapporto.
«Finiscila, imbecille. Ti hanno pure sparato e tu mi aspetti qui fuori, contro un muro. Sei proprio un mentecatto» borbottò, ridacchiando.
Kisame fece una smorfia, leggermente risentito e Sakura sorrise, sentendosi, per una volta, un po’ meno sola.
«Forse, vieni con me» disse piano, agitando di fronte a lui le chiavi della sua auto «Ti accompagno a casa».
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