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Alexiel Mihawk
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Made of Magic, Made of Water - parte IV (continua)

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Bartolomeo aveva voluto essere tante cose nella vita.
Da piccolo, quando ancora non aveva concezione di cosa fosse possibile e cosa non lo fosse, avrebbe voluto diventare un pirata; il suo sogno si era infranto molto presto e con il tempo era stato rimpiazzato dall’astronauta, poi dal fisico nucleare, quindi dal prestigiatore. Si era reso presto conto che studiare non faceva per lui e aveva rinunciato a carriere che richiedessero anni e anni di studio; aveva detto addio all’idea di andare nello spazio, di salvare il mondo con qualche nuova mirabolante scoperta scientifica e per qualche tempo aveva coltivato la possibilità di iscriversi in accademia e fare il pompiere.
Certo a poter scegliere davvero sarebbe andato ad Hogwarts, ma non aveva ricevuto nessuna lettera a undici anni – e Rebecca, da vera babbana, continuava a sostenere che fosse solo un libro e che doveva scegliere un vero percorso per il suo futuro. Poi era iniziato “Road to Raftel” e gli aveva cambiato la vita.
“Road to Raftel” era una serie televisiva prodotta da uno sconosciuto canale via cavo che aveva avuto immediatamente successo, attirandosi le lodi di pubblico e critica; la storia raccontava le vicende di un investigatore privato con la testa tra le nuvole, che, grazie al suo indomito coraggio e all’aiuto del suo team, riusciva a risolvere qualsiasi caso. In breve tempo la serie aveva cambiato la vita di Bartolomeo, aiutandolo a uscire da un pesante periodo di depressione e spronandolo a provare ancora una volta a dare una chance al suo futuro. Per lui Rufy e l’agenzia investigativa Mugiwara non erano solo personaggi di uno show, erano i suoi compagni, i suoi amici immaginari. Aveva scritto fanfiction lunghe quanto intere serie di libri su di loro e gli sembrava di conoscerli come se esistessero realmente. Sapeva recitare a memoria i dialoghi di alcuni dei suoi episodi preferiti: “Fight Together”, “Hard Knock Days”, “Share the world” o “We are!”.
Ed era stato così che, sebbene a fatica, aveva capito che voleva essere proprio come il Rufy di “Road to Raftel”, aveva messo da parte un gruzzolo di soldi, guadagnati faticosamente in anni di lavoretti saltuari e, grazie anche all’aiuto e al supporto costante di Rebecca, era riuscito a diventare un detective privato, ottenendo la licenza e aprendo uno studio. Era anche andato piuttosto bene all’inizio, poi con l’arrivo di Doflamingo il tasso di criminalità in città si era ridotto notevolmente e l’attività aveva iniziato a scarseggiare, almeno fino al caso della fabbrica di giocattoli. Quello era stato un colpo grosso per Bartolomeo che era andato a infilare il naso in un caso che non era suo, riuscendo, sì a farsi revocare temporaneamente la licenza, ma anche a far arrestare (oltre a sé stesso) un pericoloso narcotrafficante di nome Caesar Clown.
«Non ho capito, perché il cappello di paglia? Pensavo che tutti gli investigatori privati indossassero un Fedora».
«No, no, è che tu sei troppo ancorato al passato, serie televisive in bianco e nero, vecchi film, il tenente colombo, devi capire che il Fedora è superato!» esclamò Bartolomeo sistemandosi meglio il peculiare copricapo.
«Non fare l’uomo di mondo, da che serie arriva?» Cavendish lo fissò come si fissano gli idioti, lo conosceva a sufficienza per sapere che sicuramente c’era qualche motivazione schifosamente geek.
«Road to Raftel» borbottò Bartolomeo giocando con le lucine della scia magica «È tipo la serie più meravigliosa di sempre».
«Non so bene perché, ammetto che la cosa mi turba, ma l’ho sentita nominare».
«Non sono stupido! Anche nei nove inferni tutti dovrebbero essere a conoscenza dell’esistenza di questo capolavoro, credimi Oziman Suedomsa, lo sceneggiatore, è un genio! Un genio! Dovrebbero dargli tutti gli Emmy, tutti i Bafta! E in realtà ne ha vinti pure parecchi come serie».
«Volete finirla con queste stronzate?» ringhiò Alvida, tentando di non perdere la pista «Cerchiamo di concentrarci su questa cazzo di caccia al demone?»
La scia luminosa continuava a brillare davanti ai loro occhi, ma era indubbiamente più flebile di quanto non fosse stata in precedenza. Il vero problema di fondo era che non conduceva direttamente in un unico luogo, ma in più punti pareva diversi, si attaccava ai muri delle case e filtrava sotto gli usci degli edifici.
«I residui magici in questa città sono insolitamente elevati» commentò Basil, senza perdere la flemma che lo contraddistingueva «Non vedevo una simile impronta di riflesso da quando siamo stati a Salem tre anni fa, e non è stata una bella esperienza».
«Salem?» domandò Bartolomeo, perdendo il filo del discorso che stava facendo «Mi piacerebbe un sacco andare a Salem! Ho letto tutti sui processi alle streghe e gli omicidi segreti e le morti che ci sono state! Che roba da brividi, una figata!»
Basil sollevò un sopracciglio, non avrebbe esattamente definito quell’esperienza una “figata”, ma non aveva voglia di entrare nel dettaglio, e in ogni caso si trattava di una storia più adeguata ad essere raccontata in un altro momento.
«Per tutte le succubi, Barto, hai davvero lo span di attenzione di un bulldog, ogni cosa ti distrae» celiò Cavendish, trattenendo a stento una risatina.
«Volete, di grazia, concentrarvi sulla scia magica che dovremmo seguire» domandò Alvida, in un crescendo di irritazione.
«La vera domanda» la interruppe Hawkins, per nulla preoccupato delle conseguenze che quel gesto avrebbe potuto comportare – e, in fondo, nemmeno intimorito dal fatto che Alvida fosse un demone «È come mai in questa città ce ne sono così tante, di scie magiche. In media una città senza demoni presenta tracce di magia, ma non certo a questi livelli; si vede qualche scia, oramai quasi svanita, sui toni del rosa – quindi detentori ed utilizzatori di magia. Ma verde? Questa città pare pullulare di demoni e di loro sottoposti, ci sono solo scie verdi e viola e sono piuttosto consistenti!»
«Beh, ma non è normale? Ci sono anche William, e Alvida, e Kidd e Bonney, no?» domandò Bartolomeo, grattandosi con perplessità la testa.
Baal scosse il capo; in effetti, a pensarci più lucidamente, c’era qualcosa che non andava in quelle scie e nella loro frequenza. La bolla di magia sembrava avvolgere l’intera città come in una morsa, o peggio, in una cupola magica. Storse il naso, c’era davvero qualcosa che non andava, qualcosa che rischiava di rimescolare le carte in tavola e con cui non avevano fatto i conti.
Tuttavia, era abbastanza sicura che Moloch non c’entrasse nulla, il vecchio Barbanera non era tipo da fare lavoro di squadra, né era quel genere di demone che si abbassava a chiedere aiuto. Non lo avrebbe mai fatto, né sarebbe stato in grado di lavorare in team.
In definitiva, se anche c’era qualcuno che manovrava le fila, che si divertiva ad allungare le mani sulla città di Dressrosa, quello non era un loro problema, o almeno non lo era nell’immediato, perché di chiunque si trattasse non si sarebbe di certo mai alleato con il loro attuale avversario.
«Non siamo noi» sibilò piano, guardandosi intorno con occhi dubbiosi «Per quanto il colore sia lo stesso le nostre scie sono molto più vivide, più fresche. Questo sono quasi sbiadite, ma ripetute, come se il demone o il suo sottoposto vi fosse passato ripetutamente».
Indicò la scia luccicante che si erano lasciati alle spalle passando e aggrottò le sopracciglia.
«Di chiunque si tratti, è qualcuno che vive qui, che cammina al vostro fianco, che chiamate amico. È qualcuno di insospettabile, e non necessariamente innocuo».
Bartolomeo spalancò la bocca in un urlo eccitato.
«Un criminale che si nasconde per le strade di questa onesta cittadina?! Che shock, che colpo di scena! Possiamo scoprire chi è?»
Hawkins lo fissò in silenzio per qualche secondo e scosse il capo.
«Scoprire possiamo scoprirlo, ma dubito che sia saggio. Chiunque sia che ha scelto di nascondersi in questa città, lo ha fatto sicuramente per non essere scoperto. Questo ci porta a due ovvie conclusioni: la prima è che il demone che invece stiamo cercando gli stia rompendo le uova nel paniere, portando una quantità di attenzioni indesiderate su Dressrosa. La seconda è che il nostro misterioso ospite demoniaco sia più pericoloso di quanto ci immaginiamo, soprattutto considerando il numero di sottoposti che lo seguono e il diramarsi della sua aura sull’intera città. Quindi per il momento non ci conviene attirare la sua attenzione».
«Una volta ho preso a pugni un coccodrillo, non mi spaventa questo tizio» celiò Bartolomeo, sistemandosi il cappello di paglia con aria orgogliosa.
«Senti Crocodile Dundee, lo dici poi tu a Rebecca che hai deciso di farti ammazzare perché il tuo unico neurone è andato in corto circuito e hai deciso che avere un’idea qualsiasi fosse equivalente ad avere una buona idea?»
«William sei un cafone» borbottò «Però, in effetti, non credo che approverebbe, anche se l’ho davvero preso a pugni un coccodrillo una volta – Rebecca non era felice».
«Ma non mi dire».
Baal roteò gli occhi verso il cielo.
«Quando avete finito di flirtare muovete i vostri culi, seguitemi, credo di avere trovato una scia diversa dalle altre».
«Forse dovremmo chiamare qualcun altro» fece notare Hawkins, fissandosi con cura gli occhiali sul naso e osservando con fermezza Alvida da dietro le lenti rossastre.
La tensione venne spezzata dalla suoneria cacofonica e fastidiosa del telefono di Bartolomeo, che giulivo come sempre rispose quasi urlando: «Pasticcino! Lo sai che c’è più di un demone a Dressrosa».
Cavendish desiderò ardentemente di non essersi innamorato di un imbecille.
«In che sens- No, no, ma no che non sto scherzando. Oltre a loro… Sì, okay, abbasso la voce. Ma- No, che non ti interrompo! Oh insomma, fate come volete, siamo alla piazza della fabbrica chiusa di SMILE. Sì che- Okay, okay, anche io ti amo».
Chiuse la chiamata con evidente mestizia e disse: «Mi ha detto di stare zitto, che non si urlano certe cose in mezzo alla strada».
«Beh, non mi sento di darle torto» borbottò Cavendish.
«Anche perché urlare in mezzo alla strada che sappiamo che esiste qualcuno si sta nascondendo tra gli umani non è proprio una mossa furba» continuò Hawkins.
«Mi ha anche detto che Bonney e Kidd ci stanno raggiungendo perché lei deve accompagnare Drake dal Sindaco».

La villa di marmo bianco in cui viveva Doflamingo risplendeva sotto i tiepidi raggi del sole, le venature più scure donavano tridimensionalità e profondità alle colonne e alle spesse pareti che delimitavano il perimetro esterno. In giardino individui dall’aria losca e il volto ingrugnito passeggiavano parlottando tra loro a bassa voce; Rebecca salutò alcuni di loro con la mano.
«Sei consapevole che sono tutti armati?» le domandò Drake aggiustandosi nervosamente la cravatta con una mano.
«Come prego?» la giovane sbattè le ciglia un paio di volte, quindi scosse il capo «Sono certa che ci sia una buona ragione, per esempio la sicurezza personale del sindaco, soprattutto vista la crescente e preoccupante escalation di omicidi degli ultimi tempi».
Drake annuì appena, con un cenno impercettibile del capo.
«Quando saremo entrati, se non ti chiederà di uscire, mi raccomando fai parlare me. So che lo conosci da molto tempo, ma proprio per questo non credo che saresti in grado di formulare domande in modo oggettivo. Senza offesa».
«Oh figurati, non è mica il mio lavoro interrogare la gente».
La segretaria personale di Doflamingo li aspettava in piedi davanti all’uscio; Rebecca l’abbracciò di slancio, salutandola con un bacio sulla guancia.
«Zia questo è Drake, cioè l’Agente Drake dell’FBI, ho chiamato prima per fissargli un appuntamento. Francis lei è Viola Dold, mia zia».
Viola fece schioccare la lingua fissandolo dall’alto in basso.
«Il sindaco la riceverà tra pochi minuti, la prego di ricordare che questo appuntamento non rispetta il protocollo ufficiale, pertanto, trattandosi di una visita di cortesia, le chiedo di tenere sempre a mente che la persona di fronte a lei è uno stimato ed amato membro della nostra società, nonché pilastro della città».
«Certamente, miss Dold, lo terrò bene a mente».
Drake soppresse a fatica un sorrisino, faceva quel lavoro da anni ed era oramai certo di saper riconoscere quando chi aveva di fronte stava mettendo le mani avanti, nel tentativo di proteggere qualcosa, qualcuno, forse in questo caso una verità scomoda.
Seguì la donna dentro l’edificio fino a raggiungere una pesante porta di mogano scuro e di fare ingresso in quello che immaginò essere lo studio del sindaco.
«Agente Drake presumo, è un piacere!»
Seduto su una gigantesca sedia di velluto si trovava un uomo altrettanto gigantesco, capelli corti e ossigenati, una pesante pelliccia di piume rosa aperta su una camicia bianca vagamente anni ottanta: non si poteva certo dire che fosse un uomo che passava inosservato.
«Rebecca, tesoro, è un piacere vedere anche te, spero che il tuo caro nonno stia bene. Come trascorre la sua pensione? Bene, mi auguro».
«Signor Sindaco, è un piacere rivederla» rispose la ragazza, annuendo «Non mancherò di salutarglielo quando tornerò a casa».
«E come sta il tuo… fidanzato? Come si chiama il ragazzo, Barnaby, Bartoldo, ah- sì, Bartolomeo!»
«Sta bene anche lui, la ringrazio».
«Signor Sindaco, mi perdoni se interrompo i convenevoli, tuttavia non sono qui per una visita di cortesia» li interruppe Drake, che nonostante l’aria tranquilla era uno di quegli individui che perdono facilmente la pazienza.
«Ma certo, certo, come posso aiutarla? Tutto per i nostri cari agenti delle forze dell’ordine, soprattutto dopo la tragica fine del nostro amatissimo Detective Ideo e dei suoi uomini».
«Indubbiamente tragica» concesse Francis, con un tono di voce che non ammetteva ulteriori divagazioni «Sarò franco e sarò veloce, abbiamo modo di pensare che il serial killer che sta terrorizzando la città abbia qualche collegamento con lei».
«Come si permette di insinuare una cosa simile?!» sbraitò Pica, uno dei più fidati confidenti del sindaco, in piedi proprio alle sue spalle. Doflamingo lo bloccò con un gesto perentorio della mano.
A Drake non sfuggì la scintilla sinistra negli occhi dell’uomo di fronte a lui, che prese a fissarlo con rinnovato interesse.
«Si spieghi meglio».
«Crediamo che sia possibile che l’assassino stia cercando di colpire lei direttamente, ma non essendogli possibile arrivare al Sindaco ha scelto di prendersela con le donne del suo entourage».
«Del mio entourage?»
Drake sfoggiò il più gelido dei sorrisi di cortesia di cui era capace.
«Non fingeremo ora, né io, né lei, di non sapere di cosa stiamo parlando, ma le verrò incontro e glisserò sull’argomento perché in questo momento la domanda che mi preme farle è un’altra: chi la odia al punto da volerla morta?»
Lo sguardo di smarrimento negli occhi di Doflamingo lo prese in contropiede, ma non smise di guardarlo negli occhi, in attesa di una risposta.
«Non saprei dire. Nel senso, non credo che nessuno sarebbe così stupido da fare una cosa del genere».
«Ma capo e il ragazzino di Roci?»
«Chi?» domandò Drake, spostando lo sguardo verso l’energumeno in piedi alle spalle del sindaco, senza mancare di notare l’impercettibile sussulto di Doflamingo.
«Il ragazzo di Flevance, Traf-»
«È inutile tirarlo in ballo» lo interruppe Donquijiote «Era malato terminale, è sicuramente morto a quest’ora. Senza contare che non era nemmeno in grado di camminare da solo quando lo abbiamo visto l’ultima volta».
Quindi si girò di scatto verso i suoi ospiti e con un gesto brusco si sollevò dalla poltrona, allontanandola con stridore dal tavolo.
«Viola accompagna i nostri ospiti alla porta. Qui abbiamo finito. E cancella i miei prossimi appuntamenti».
Quindi ignorando le proteste di Drake, che - oramai incuriosito pretendeva di saperne di più, si allontanò velocemente sparendo dietro una porta scura che nessuno di loro aveva notato precedentemente.
«Dovete perdonarlo, deve essere una delle sue emicranie» si scusò Viola accompagnandoli alla porta.
Annuirono entrambi, sapendo benissimo che ovviamente non era assolutamente quello che era appena successo.
«Zia, promettimi che starai attenta» Rebecca le prese la mano con affetto «Se questo maniaco omicida colpisce le persone vicine al Sindaco potrebbe prendersela anche con te. Non lasciare la villa e se devi allontanarti non girare mai da sola. Promettimelo!»
«Certamente cara».
Drake le osservò abbracciarsi quindi, dopo aver fatto qualche passo in giardino, si girò verso Rebecca.
«Sei preoccupata per lei?»
«Certo che lo sono, lo hai detto tu, no? Vuole colpire il sindaco e quindi uccide le donne del suo entourage, e Viola ne è parte integrante».
«Lo prenderemo prima. Hai ancora l’accesso alla centrale di polizia?»
«Certo, Ideo mi aveva dato una copia delle chiavi affinché potessi portargli i rapporti degli omicidi anche in caso fosse uscito».
«Lui sì che aveva chiaro il concetto di e-mail. Davvero al passo con i tempi!»
Rebecca gli tirò un leggero scappellotto.
«Scusa, scusa, so che era tuo amico».
«Non era solo mio amico» mormorò Rebecca con voce mesta «Era un brav’uomo».
Si bloccò, aprendo la portiera della macchina dell’agente di fronte a lei.
«È come se un’ombra scura fosse calata di dressrosa, come se fosse avvolta dalla nebbia o forse lo è sempre stata e ora mi sto svegliando realizzando che le strade della città che amo sono avvolte tra le spire di una bestia strana».
«Non una bestia» la corresse Drake, sedendosi al posto del guidatore e mettendo in moto.
«Un demone» conclusero all’unisono.

Eustass non era mai stata una persona nota per la virtù della pazienza, o non sarebbe certo diventato il demone Wrath, piuttosto la fatina dei denti o il coniglio pasquale o qualche altra troiata per umani annoiati.
Certo, lui e Bonney avevano raggiunto gli altri, proprio come promesso, e per qualche tempo aveva trotterellato insieme a loro per le strade di quella città appestata di magia nera e oscurità - e perfino lui che se ne intendeva trovava che la quantità di residui presenti per le strade fossero imbarazzanti se non fin tossici per una città di soli umani.
Così a una certa aveva deciso che ne aveva basta, che si era rotto il cazzo e si era allontanato seguendo una scia verdastra che gli ricordava un po’ il vomito di un Imp degli strati inferiori; una vera merda. Inutile dire che gli piaceva un casino.
A furia di girare senza una meta, quasi senza accorgersene si ritrovò a vagare nei bassifondi della città, quindi ne raggiunse il limitare; li le case erano più basse, più separate tra loro e ricordavano vecchie catapecchie cadente. Kidd non si fermò preso da pensieri che nulla, o oramai proprio per niente, avevano a che fare con la ricerca del demone Moloch, per il quale aveva scomodato il suo culo dalla poltrona.
Si bloccò all’improvviso, raggiunto un vecchio fienile situato poco al di fuori della città, percependo una presenta nota, quella stessa presenza che aveva dimenticato di stare cercando.
«Dio figa» bestemmiò senza farsi problemi. Quindi senza che gli passasse nemmeno per l’anticamera del cervello di chiamare rinforzi, si lanciò come un toro inferocito verso la porta del granaio.
«Ehi, sfigato pezzente» urlò aprendo la porta «Hai rotto i coglioni a mezza città, devi finirla di passare il tuo merdoso tempo a rompere il cazzo al prossimo, vecchio barbanera».
Moloch non sollevò nemmeno il capo.
Era seduto al centro della stanza, ampie volute di fumo nero si sollevavano attorno a lui, avvolgendolo in una spirale opaca e senza fondo; nonostante il cielo fosse azzurro e fuori brillasse la luce del sole, all’interno del fienile non si vedeva nulla se non gli occhi bianchi del demone.
Kidd fece inconsapevolmente un passo indietro: si stava nutrendo. Stava inglobando la luce dell’esterno trasformandola in oscurità, una notte buia e senza stelle, eterna e senza possibilità alcuna di luce.
«Uno dei piccoli di Lucifero» rise il demone, senza spostarsi, sembrava che le sue grasse e flaccide carni si stessero sciogliendo tra le onde nere «Ti stavo aspettando, moccioso».
Wrath digrignò i denti, incazzato come una iena.
«Ma non pensavo che fossi così stupido da venire da solo»
Kidd fece un salto in avanti, avanzando nell’oscurità; non aveva nulla da temere da un demone come Moloch. Si erano già sfidati in passato e il vincitore era stato palese immediatamente a entrambi, non c’è proprio scampo: nessuno equivaleva Marduk in battaglia, soprattutto non quel cane senza onore di Moloch.
Dall’esterno giunse un grido di avvertimento. La voce fin troppo umana di Hawkins, che - insieme agli altri - era riuscito a raggiungerlo, non certo perché l’avessero seguito, quanto più perché lo studio dei residui magici nella zona dell’attacco li aveva condotti verso l’unico punto dove si interrompeva il passaggio continuo delle infinite scie di magia nera lasciate da altri demoni e possessori di magia e quindi, per esclusione, erano riusciti a trovarlo anche loro.
«Esci immediatamente dalle ombre» stava ancora gridando l’agente, alla cui voce fece presto eco quella preoccupata di Baal, e chiunque la conoscesse sapeva che non era certo demone da preoccuparsi per piccolezze.
Moloch era un demone inferiore rispetto a molti altri e la maggior parte di coloro che in quel momento si trovavano al potere tra le sfere infernale, lo consideravano alla stregua di un cencioso cane portatore di peste; ma si sa che anche i cani, quando meno lo si aspetta, sono in grado di mordere ed era quello che Moloch stava aspettando: un’occasione per colpire.
Kidd gliela offrì su un piatto d’argento gettandosi senza pensare, proprio come era solito fare sempre, tra le ombre, nell’elemento principe che costituiva l’intero corpo del suo avversario e Moloch, scoppiando a ridere con cattiveria, gli strappò a morsi il braccio sinistro.
In quel momento entrambi scomparvero: Eustass il una vampata di fuoco e il vecchio demone che tutti andavano cercando si dissolse, proprio come era apparso.
In pochi secondi il fumo e le tenebre andarono diradandosi, lasciando l’intero gruppo che si era lanciato all’inseguimento con un pugno di mosche.
«Kiddo!» la voce di Bonney era incrinata dalla rabbia e dalla frustrazione «Baal… Baal che cosa facciamo adesso?»
Domandò quindi fissandosi intorno con aria sperduta. Nessuno degli umani che era con loro avrebbe saputo risponderle e Cav, beh, lui non era esattamente un uomo da grandi piani.
Alvida si morse nervosamente un labbro, strinse le dita a pugno fino a farsi sanguinare i palmi delle mani. Grosse gocce di sangue scuro caddero sul prato, bruciando l’erba verde, quindi sollevò gli occhi a guardare dritta in viso la demone che stava in piedi di fronte a lei.
«Adesso, Abaddon, è il momento di chiamare il capo».


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